Infanzia fino a 10 anni

 

In braccio alla mamma a 1 anno e la sorellina Ri

Non ho molti ricordi della mia prima infanzia, se non quanto sono venuto a sapere dai pochi racconti delle mie sorelle. Sono riuscito però a recuperare alcune poche fotografie dai miei familiari. Forse la prima che deve risalire al mio primo anno di vita (1941) sono in braccio a mamma e mentre la seconda con mia sorella Rita che mi tiene per mano. Nato dopo due sorelle (e poi seguito da altre due) dovevo essere abbastanza birichino e vivace, difficile da controllare.

La mia sorella maggiore, Emma, aveva 9 anni quando sono nato e sovente la mamma mi affidava a lei perché mi sorvegliasse. Emma mi raccontò che mi aveva portato nel cortile della chiesa parrocchiale e io correvo sul muricciolo e, sfuggendole di mano, precipitai di sotto. Per fortuna il muretto dava su una stradina sottostante con una striscia di erba. Non mi feci nulla, però lei fu talmente spaventata che mi riportò subito a casa. Per fortuna ero ancora tutto intero.

Mio fratello Remo nei dintorni di casa con le due sorelle più piccole (Bruna e Vittoria) e l’ometto di 4 anni. Era raro che i tre fratelli più grandi (Elvio, Remo e Mario) si occupassero di noi più piccoli. Loro lavoravano accanto a papà. Diversamente la sorella maggiore  Emma che talvolta doveva fare le veci della la mamma nel seguirci. Angelo andò via da casa nel 1941, entrando dai Venturini e io non ricordo di averlo mai visto in famiglia se non una volta, forse prima che ricevesse la veste talare e poi quando fu ordinato sacerdote nel 1955. Con papà e mamma andavamo talvolta a Trento a trovarlo.

1949: La mia classe alla Prima Comunione con la maestra Anna Calovi

La scuola. Ricordo che andavamo a scuola presto, le lezioni iniziavano alle otto, dopo aver assistito (obbligatoriamente) alla s. messa. Il paese era piccolo e gli scolari non erano molti. Nella mia annata (1941) eravamo in 13 (9 maschi e 4 femmine). La scuola aveva solamente 3 aule pluriclassi. In un’aula c’erano gli scolari di prima e seconda, nella seconda aula quelli di terza e nella terza aula quelli di quarta e di quinta. In Trentino vigevano ancora le leggi austro-ungariche per cui la scuola d’obbligo era di 8 anni.

In terza elementare in una foto ufficiale fatta a scuola

In paese dopo la quinta elementare non c’erano le medie e nemmeno la sesta, settima e ottava classe, come in altri paesi. In seguito questi ultimi tre anni diventarono la scuola media. Normalmente da noi, per arrivare agli otto anni si ripetevano gli anni di terza, di quarta e di quinta “per ordinamento scolastico”, ovviamente con programmi diversi. Quando fu proclamata la repubblica italiana, il Trentino figurava la regione con il minor numero di analfabeti.

 

 

Per usanza paesana (contadina trentina) il pranzo si soleva fare alle 11. Ricordo il lavoro nei campi, dopo la scuola, ma talvolta anche rubando qualche ora alla scuola, quando c’era necessità di andare a portare il pranzo a chi lavorava in campagna. Poi si ritornava a scuola fin verso le quattro del pomeriggio. Se poi non dovevo tornare in campagna, avevo di sicuro qualche lavoro da fare a casa: tagliar legna o andare nei boschi a raccoglierla.

Il lavoro della legna: tagliarla, sistemarla imbancandola davanti ad un muro per l’essicazione e poi portarla su in casa per alimentare il focolare (per cucinare e unica fonte di riscaldamento) era un lavoro affidato a me in modo permanente. La prima accetta (manaròt) leggera, ammanicata appositamente per la mia età, mi fu data all’età di 5 anni! D’inverno o nelle giornate di pioggia aiutavo papà a segare i tronchi in borelli da spaccare poi in pezzi più piccoli adatti al focolare. Altre volte ci mandavano nei boschi a fare un sacco di erba fresca per le bestie. Ecco i lavori che toccavano perlopiù a me, ragazzo in mezzo a quattro sorelle, due più grandi e due più piccole di me. Si lavorava molto e tutto a mano: allora non c’erano le macchine (trattori o altro). I trasporti si facevano con un carro trainato pigramente da un paio di buoi. D’inverno trascinavo a casa la legna su una slitta.

Non mi lasciavano molto tempo per giocare perché mi aspettava sempre qualche lavoretto da fare. Se non bastavano quelli di casa, talvolta mi mandavano dallo zio Bortolo, fratello di papà, a dargli una mano. In compenso potevo poi restare da loro a cena. I due fratelli erano molto legati tra loro e mio zio visse praticamente nella mia famiglia fino a quando riuscì a sposarsi nel 1946 all’età di 44 anni. Tra mio padre e mio zio riuscivano a fare un sacco di lavori: mio papà sapeva arrangiarsi con gli strumenti da falegname, mentre mio zio con quelli da fabbro, muratore, e tra l’altro sapeva ferrare anche i buoi: vicino a casa avevamo un “tranvai” dove venivano appunto ferrati i buoi. Era il nostro posto di gioco preferito perché con una cinghia potevamo fare l’altalena.

Il lavoro nei campi per me consisteva nei lavori di complemento che non facevano gli adulti, come estirpare l’erba, zappare attorno alle vigne la striscia che non si riusciva ad arare, in primavera odiavo il lavoro di raccogliere in fascine i tralci della potatura (sarmentar) perché ne uscivo pieno di graffi, dovendo piegare quelli lasciati lunghi. Alla mietitura del grano o dell’orzo, bisognava raccogliere gli steli e legarli in covoni. Altre volte erano lavori di aiuto come per esempio, quando si arava dovevo aiutare a guidare i buoi oppure a tener diritto l’aratro spingendolo sotto le pergole, vicino alle vigne. Il lavoro della fienagione mi vedeva voltare il fieno oppure a rastrellare.

All’epoca della vendemmia, aiutavo anch’io e mi godevo di poter bere il mosto ricavato dall’uva che a quell’epoca si pigiava sul posto. Divertente, anche se sempre faticoso era anche la raccolta delle mele (covir) e del granoturco. Faticoso e sporco era il raccogliere le patate, le barbabietole o le rape quando venivano “cavate” magari umide dal terreno.

D’autunno si andava nei boschi a rastrellare il fogliame che, immagazzinato, serviva come strame (letto) alle bestie della stalla e poi, una volta “maturato e stagionato” sul letamaio, come concime nei campi. Una bella cicatrice sull’indice sinistro mi ricorda un maldestro movimento nel tagliare le balle di paglia che uscivano dalla mietitrebbia con l’affilatissimo “podaröl” (un coltello ricurvo da tasca) di mio padre. Mi tagliai una fettina del dito indice della mano sinistra, subito medicata alla meglio da mia zia Teresa (ci trovavamo a san Michele).

 Pastorello. Alcune estati le ho passate pascolando le mucche (manze) nella malga: partivo al mattino e tornavo a casa alla sera. Per pranzo un pezzo di pizza (tortello) e un pezzetto di formaggio. Durante il giorno seguivo le due “manze” nei boschi, dovevo tenerle d’occhio perché alla sera bisognava rinchiuderle nella baita, prima di tornare a casa. Ho imparato a mangiare molte bacche dei boschi e a fare tanti lavoretti con il temperino. Una estate ho anche pascolato un piccolo gregge di 25 pecore. Ricordo che una stava male e non sapevo come fare. Un mio cugino che passava di lì se l’è caricata sulle spalle e l’ha portata a casa. Ma quanti anni potevo avere? 7, 8, 9, 10? All’età di 10 anni infatti lasciai la famiglia e il paese per andare “a studiare” in collegio.

Oggi sicuramente qualcuno dirà: che crudeltà far lavorare i bambini: è uno sfruttamento! Con la mia vita posteriore oso affermare che lavorare in famiglia, non è sfruttamento, anche se un po’ di tempo deve essere lasciato alla libertà di giocare. Il lavoro in famiglia è una collaborazione al duro lavoro dei genitori e degli adulti, ma soprattutto una scuola indispensabile per imparare tantissime cose che la scuola non insegna, ma che vengono dall’esperienza multiforme della vita. Esperienze che in seguito aiutano a rendersi utili e a cavarsela in tante circostanze. L’esperienza fatta in seguito con i gruppi scout, mi ha confermato questa opinione. Senza aver fatto campi di specializzazione, sapevo e potevo trasmettere ai ragazzi un’infinità di nozioni che provenivano dalla vita vissuta della mia infanzia. Dove e come altrimenti avrei potuto farmi quel bagaglio di conoscenze che mi permettono di essere autonomo e capace di risolvere tante situazioni? Si acquista l’amore al lavoro, l’abilità di fare tante cose.

Don Bosco diceva che chi non impara a lavorare da giovane, non imparerà mai più e potrebbe restare un fannullone per tutta la vita, diventando di peso a se stesso e alla società.

 

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