Praticità e concretezza

Seconda caratteristica che mi riconosco è la praticità e la concretezza. La mia stessa provenienza dal mondo contadino e pastorale mi ha sempre orientato più a fare cose concrete che a divertirmi. Da piccolo mi rimproveravano forse per la lentezza, ma mi educarono al lavoro, ad occuparmi delle cose da fare e in questo sia papà che i fratelli maggiori mi davano l’esempio. L’attrazione verso le cose mi inclinava a guardare, osservare e a imitare, a scoprire, a confrontare, ad analizzare piuttosto che a filosofare, a ragionare. Non amavo la filosofia e il pensiero astratto perché non lo comprendevo. Lo stesso modo di studiare mi portava a schematizzare, a riassumere e a fissare i punti principali in uno schema. Amavo le materie pratiche e concrete, la pedagogia piuttosto che la filosofia, la sociologia piuttosto che l’arte con le loro fantasiose descrizioni. Durante gli studi di filosofia, il mio tempo libero lo dedicavo a coltivare le api invece che a giocare. Tempo libero per fare che?

Il tempo per me è sempre stato una ossessione perché mi basavo su alcuni principi: uno di questi è un detto di Dante “il perder tempo a chi più sa, più spiace” (Purg 3,78) e poi perché il tempo una volta perso, è perso per sempre. Il tempo è prezioso, è una moneta che si può spendere una volta sola, non la si recupera mai: occorrerà altro tempo, ma non sei mai sicuro di averne altro a disposizione. Anche i proverbi ce lo ricordano: “Chi ha tempo, non aspetti tempo” perché non si sa mai se ci sarà: sono verità che valgono sia per i giovani che per gli anziani. Questi sono principi che ho sempre cercato di inculcare si miei allievi come anche ai miei collaboratori.

In Russia ho dedicato un numero di Plus Odin all’argomento tempo. Non ho tempo è una falsa scusa. Il tempo è suddiviso in anni, mesi, settimane, giorni, ore e minuti e anche questi ultimi possono essere utilizzati senza sprecarli. Ad una studentessa universitaria spiegavo come si possono utilizzare proficuamente anche i “tempi morti o vuoti”, durante un viaggio, nei tempi di attesa, ecc. per leggere un libro, memorizzare poesie o pregare. Portavo il mio esempio dicendo che proprio utilizzando i “ritagli di tempo”, avevo imparato le lingue, ripetendo espressioni lette da un libro o dagli appunti. Ricordo che in collegio utilizzavo i tempi morti dei passaggi da un ambiente all’altro (in fila e in silenzio) per ripassare nozioni di varie materie.
Nei campi scout mi trovavo sempre qualcosa da fare: raccogliere legna, intagliare oggetti con il coltello, costruire ponti sul ruscello, annodare cordicelle per fare nodi per il fazzolettone, cinture, braccialetti con il makramée. Suggerivo di non perdere o “sprecare il tempo”, anche se ne avevano tanto a disposizione.

Nella vita c’è tempo per tutto, se lo si sa utilizzare bene. Come dice anche la Bibbia: “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo, ecc.” (Qo 3,1-8). Non sopporto l’ozio e cerco sempre di essere occupato, di aver qualche cosa da fare. Molte volte faccio anche due lavori in contemporanea. Dicono che questa sia una caratteristica dei pesci.

Quando entrai nel movimento scout e conobbi i suoi principi, mi trovai subito a mio agio perché era un metodo basato su cose molto concrete: l’osservazione, la natura, imparare facendo, le tante attività e abilità manuali, la concretezza delle proposte, la formazione del carattere e la progressione personale, il sentiero, la strada, salute e forza fisica, la responsabilità, la legge, l’essenzialità, il servizio.

Amicizie femminili

Amicizia con donne

Collaboratrici ed amiche

Il periodo delle amicizie, soprattutto femminili, iniziò dopo la teologia. Staccato all’età di dieci anni dalla famiglia e dall’ambiente naturale composto di uomini e di donne, guardavo all’altro sesso con particolare curiosità. In genere per gli uomini le donne sono un’attrazione naturale che anche in me si era manifestata ancora nell’ infanzia, forse in seconda o terza elementare, quando guardavo con simpatia una mia coetanea di nome Laura, alla quale non riuscii mai a manifestare i miei sentimenti. Molti anni più tardi, ricordandomi ancora di lei, la incontrai una volta sola in paese.

Sapevo che come prete avrei dovuto avere relazione anche con le donne e questo mi preoccupava. Volli “maturare” la mia vocazione, tramandando di alcuni anni l’ordinazione sacerdotale e rimasi per quattro anni diacono. Lo scopo che mi proponevo, era il superamento di questa difficoltà di rapporti con l’altro sesso, conoscendo ragazze e donne, e rimediando la mancanza di conoscenza reale del loro particolare mondo e della loro psicologia. Senza espormi a rischiosi esperimenti, o a pericolose avventure, pensavo di poter risolvere il problema almeno con relazioni epistolari. Dalla mia esperienza, sia tedesca che russa, aggiungevo anche l’utile egoistico con la corrispondenza in lingua per non dimenticare gli idiomi che avevo imparato. Non mi prefiggevo di sfogare passioni disordinate, frenate da anni di severa e casta educazione, ma puntavo a scopi più nobili. Le buone e rette intenzioni vennero assecondate e il mio desiderio fu abbondantemente soddisfatto perché ho avuto la fortuna di conoscere tante donne, giovani e mature, sia laiche che religiose, che mi hanno arricchito non solo sentimentalmente, ma anche umanamente e spiritualmente.

Da una semplice conoscenza, da durature relazioni di reciproche confidenze e condivisione di esperienze nasce molte volte il sentimento di amicizia, in taluni casi molto forte e profonda, ma con connotazioni diverse da persona a persona. Dalla mia esperienza in Germania ricordo alcune di queste relazioni  e in particolare Margaret.

Margaret. La mia relazione con Margaret era stata volutamente cercata. Mancavano pochi giorni al mio rientro definitivo dalla Germania e mi trovavo coi miei compagni di corso ad Augsburg per gli EESS in preparazione alla loro ordinazione. Accanto a noi c’era un gruppo di ragazze di una scuola che facevano il loro ritiro. Chiesi ad un mio compagno che le conosceva, di informarsi se una di loro fosse stata disponibile a corrispondere con me. Volevo assicurarmi un contatto epistolare per mantenermi in esercizio con il tedesco. Mi presentò Margaret alla quale diedi il mio indirizzo. Ancora in Germania, nella Selva Nera, dove mi trovavo in vacanza con i ragazzi di Berlino ricevetti la prima cartolina. Era il 9 luglio 1970 e da allora questa relazione è continuata senza interrompersi fino ad oggi. Margaret aveva allora 17 anni e oggi è nonna con quattro figli e una decina di nipotini. Quando stavo per partire per la Russia nel 1997 decisi di distruggere oltre 300 lettere che io fino allora avevo ricevuto e numerato progressivamente. Negli ultimi anni la corrispondenza divenne elettronica per e-mail. Per cinquant’anni abbiamo condiviso tutto della nostra vita, confidandoci reciprocamente sentimenti, difficoltà, problemi, eventi lieti e tristi. Ho potuto seguire le sue vicende personali (insegnante, fidanzamento, matrimonio, figli e improvvisa morte del marito) e quelle della sua famiglia con le relative problematiche, e conoscere la vita reale di una famiglia concreta, recuperando con lei anche le mie grosse lacune che avevo in questo ambito, avendo dovuto staccarmi dalla mia famiglia reale all’età di dieci anni.

Nella mia esperienza russa ho legato con tante persone, non creando amicizie profonde, ma perlopiù fondate su una approfondita conoscenza, cordiale collaborazione e condivisione.

Particolari rapporti di amicizia e familiarità ho avuto anche con persone consacrate, suore e monache di varie congregazioni, conoscenze occasionate da incontri di simpatia, collaborazione o in genere da affinità spirituale come Sr Caterina, Sr Massima, Sr Cecilia. Ma di due in particolare desidero sottolineare ed evidenziare il tipo di relazione per l’influsso benefico che hanno avuto su di me:

Sr Margaret. Una suora FMA orientale, conosciuta per caso alla LDC per un atto di aiuto e di gentilezza che le avevo dato. Si è informata sulla mia situazione, ha intuito il mio disagio che in lei ha suscitato un istinto fraterno, direi materno di sintonia, di comprensione e sostegno spirituale. Pochi giorni dopo questo incontro andò a continuare la sua formazione in Inghilterra e poi fu inviata a Hong Kong e infine in Australia. Per diversi anni ho avuto con lei un intenso e profondo scambio di corrispondenza. Questa amicizia ha inciso profondamente nella mia anima anche perché fu un aiuto delicato, veramente fraterno in un momento difficile della mia vita: stavo per decidere di accedere al sacerdozio superando le difficoltà che mi avevano fermato per riflettere. La sua delicatezza, il suo intuito e il suo sincero affetto penetrarono profondamente in me e maturarono la mia decisione di accedere al sacerdozio.

Sr M. Veronica
Sr Maria Veronica del Volto Santo

Sr M. Veronica d.V.S. monaca carmelitana. Il 18 settembre 2019 ha incontrato il Signore dopo grandi sofferenze per una dolorosa malattia alla spina dorsale. Il monastero carmelitano di Cascine Vica – Rivoli non era molto distante dalla LDC e io mi recavo da loro per dare la benedizione eucaristica domenicale. Mia coetanea, sr. Veronica ha condiviso con me per quarant’anni un’amicizia molto profonda e spirituale. Ancora diacono, mi ha accompagnato nel cammino verso l’ordinazione. Le monache di questo convento mi consideravano il “loro” prete. In particolare, sr. Veronica mi considerava un suo fratello spirituale e mi sosteneva con la preghiera e i suoi consigli. Mi chiedeva di metterla nel calice, e io quando celebravo al Carmelo condividevo fraternamente con lei l’ostia consacrata. Ora la ricordo in tutte le messe nel memento dei defunti.

Per concludere non posso dimenticare tante altre persone laiche con le quali, partendo da una relazione di lavoro o di altro tipo di rapporti, è nato un sentimento di stima e apprezzamento, e in alcuni casi anche di riconoscenza, verso la mia persona che hanno determinato un avvicinamento e una conoscenza reciproca più profonda. Da queste situazioni si sono sviluppate varie relazioni di amicizia che per me hanno costituito un rapporto costruttivo e positivo di aiuto, sostegno non solo affettivo, sociale e umano, ma anche spirituale e psicologico. Con umile e semplice riconoscenza apprezzo tutte queste amicizie protestando la mia fedeltà nel ricordo riconoscente che ho per loro e per tutti quelli che mi vogliono bene.

Una testimonianza di papa  Francesco    Papa e donna

Storie di amicizie

Da ragazzi, in collegio, le amicizie ci venivano proibite, perché si voleva vedere in esse qualcosa di moralmente pericoloso. Probabilmente si voleva che noi venissimo preparati, come religiosi e futuri sacerdoti, al celibato ecclesiastico. Ora, dopo sessant’anni vedo la situazione diversamente, anzi ritengo che una sana ed equilibrata amicizia, anche con una donna, sia un arricchimento reciproco e un sostegno naturale per la completezza della persona. Dio, creando la donna, disse: “Non è bene che l’uomo sia solo” e perciò gli volle dare “un aiuto che sia simile a lui”. Due persone che si completano e si aiutano a vicenda. La storia delle mie amicizie potrebbe essere molto lunga e molto varia.

Comunemente si definiscono amicizie i buoni rapporti tra le persone nati dalla conoscenza, dalla simpatia, dalla stima reciproca, dalla condivisione di comuni interessi, da relazioni di lavoro, di vicinanza o collaborazione. Amicizie di questo tipo ne ho avute a decine nella mia vita, coltivate per periodi anche lunghi con relazioni epistolari o contatti più o meno frequenti. Anche qualcuno di questi “amici” per vari motivi mi ha abbandonato o dimenticato, io non ho cancellato queste relazioni ed esse perdurano nel tempo con piacevole ricordo nella memoria.
Ciò sottolinea le caratteristiche del carattere sentimentale che conferma la “Profondità e stabilità dei sentimenti”.

Altra cosa sono le amicizie vere e proprie e queste sono molto più rare anche se possono aver origine occasionalmente o talvolta cercate appositamente perché, come dice il proverbio: “chi trova un amico trova un tesoro”. Caratteristica dell’amicizia è la conoscenza reciproca profonda e intima, la condivisione di ideali e lo scambio di esperienze e confidenze che permettono all’altro di leggere nella propria vita anche i segreti più nascosti, determinando una fusione e un arricchimento comune, secondo un antico detto “L’amicizia o trova gli amici uguali o li rende uguali”.

Ogni storia di amicizia è diversa, e io posso confermare di essere stato molto fortunato perché ho avuto tanti amici dai quali sono stato sostenuto, incoraggiato, consigliato e aiutato. Ogni amicizia mi ha aperto nuovi orizzonti arricchendomi di tante conoscenze ed esperienze. Non posso ovviamente descrivere ogni relazione, ma mi limito solamente a parlare di alcune relazioni tra le più significative per la mia vita. Nessuna relazione ci lascia indifferenti.

José: amicizia adolescenziale con un mio compagno di classe in terza media (1955). Dopo la vestizione in quinta ginnasio lui è stato destinato al Cile e la nostra relazione divenne epistolare e durò circa tredici anni. Egli aveva un animo delicato, gentile, e mi ricambiò con semplicità l’amicizia, condividendo con me le sue esperienze di vita fin dopo la sua ordinazione. Venne a trovarmi (nel 1969) a Benediktbeuern e visitai con lui la Pinacoteca di Monaco assecondando il suo spiccato gusto verso l’arte.

Martin: dal 1955 (in terza media) ai giorni attuali. Era allievo in una scuola professionale salesiana e la relazione epistolare con lui fu mediata con l’intento di esercitarmi nella lingua tedesca, ci scrivemmo per alcuni anni e il contatto si interruppe dopo la morte di suo padre. Ripresi i contatti con lui nel 1969 prima di lasciare la Germania e da allora la relazione è continuata sporadicamente con incontri personali reciproci fino al momento attuale.

Anthony, giovane irlandese conosciuto a Torino e poi diversi anni missionario nelle Isole Solomon: scambio epistolare in inglese, con relazione sulla sua attività di volontario missionario.

Vladislav. Un interessante rapporto di amicizia, puramente epistolare, durata diversi anni fu occasionata da una corrispondenza diretta al Bollettino Salesiano che io avevo fondato in lingua russa. All’inizio non riuscivo a sapere chi fosse la persona che mi scriveva, ma poi capii che si trattava di un ergastolano, condannato a morte all’età di diciannove anni per omicidio. All’epoca di Yeltzin (inizio anni ’90) la pena di morte era stata sospesa e Vladislav espiava in un carcere duro speciale la sua pena, augurandosi che anche in Russia la pena di morte venisse abolita. Ho potuto conoscere dalle sue lettere le dure condizioni di vita del carcere, le vicende tristi e liete della sua travagliata e sofferta vita. Tramite lui venni a contatto con diversi altri ergastolani, con la sua mamma e con un ex poliziotto che si curava di lui. Convertito in prigione, ha ricevuto il battesimo considerato e festeggiato come una vera rinascita ad una nuova vita. Dalle sue lettere coglievo molte espressioni di fede e speranza tramite tante citazioni della sacra scrittura che esprimevano i suoi buoni intendimenti. Per me erano edificanti meditazioni. Purtroppo, ho lasciato in Russia tutte le sue lettere e, tornato in Italia, ho perso i contatti.

Sensibilità e affettività

Qualcuno scherzosamente mi ha etichettato come orso, schivo dei contatti con gli altri e a volte burbero e scontroso. A dir la verità, non mi si addice del tutto questo giudizio. Ammetto di essere timido e poco espansivo; riservato e diffidente, impiego tempo per sentirmi a mio agio in un gruppo, faccio fatica a intervenire e prender la parola in un’assemblea. Timidezza e riservatezza di fronte al pubblico, è un dato di fatto che mi ha sempre procurato complessi di inferiorità. Diversamente mi comporto invece quando mi sento inserito come parte integrante di un gruppo oppure mi trovo in posizione di coordinamento, responsabilità o di particolare competenza. In questi casi agisco non mettendomi al di sopra, ma al fianco delle persone, cercando di condividere la mia competenza, trasmettere la mia esperienza col desiderio di migliorare i miei collaboratori. Questo atteggiamento lo usavo anche con i fornitori, i rappresentanti, non considerandoli degli aggressori importuni, ma “persone” che mi offrono un servizio. Evitando relazioni fredde e distaccate, commerciali o istituzionali, costruivo rapporti personali di collaborazione, di comprensione, che talvolta sono sfociate in relazioni amichevoli e confidenziali di stima e apprezzamento reciproco, ottenendo magari anche vantaggi di favore, come è accaduto più che una volta.

Come carattere sentimentale sono molto sensibile e anche facile alla commozione: sotto una scorza ruvida batte un cuore tenero. Quale valore tipico del carattere sentimentale viene nominata l’intimità e come caratteristica la “Profondità e stabilità dei sentimenti”. Se non mi sento a mio agio tra le feste, gli entusiasmi, il baccano e le baldorie e mi considero piuttosto riservato, timido, poco espansivo e non molto comunicativo in pubblico, trovo la mia realizzazione piena nei rapporti personali, amichevoli con le persone. L’amicizia è un valore a cui ho dato sempre molta importanza nella mia vita, costruendo a tutte le età rapporti sinceri, profondi e durevoli nel tempo. Per me la vera amicizia, se è sincera, non finisce mai. Se tante amicizie si sono interrotte non è mai avvenuto da parte mia. Sono capace di sincera e profonda e durevole amicizia. Amo intensamente soprattutto da quando ho scoperto la centralità dell’amore nella vita.

Caratteristiche personali

Nella prima parte della mia autobiografia ho descritto la cronaca della mia vita, la strada che ho percorso, i luoghi dove ho vissuto e le principali occupazioni che mi hanno impegnato. In una parola: che cosa ho fatto.
Accingendomi a raccontare la mia vita intendevo soddisfare due desideri: rammentare anzitutto a me stesso la varietà di situazioni, di esperienze e di persone incontrate nella mia vita e secondariamente lasciare una memoria alle persone a me vicine perché avessero una visione più completa e reale della mia avventurosa esistenza. Ho pensato in particolare ai miei numerosi parenti e nipoti che non hanno alcuna conoscenza di dove e di come io ho vissuto, essendomi io allontanato dal mio paese e da loro già all’età di dieci anni.

In questa ultima parte intendo parlare di me in quanto persona, tentando di tracciare le mie caratteristiche personali, alcune inerenti alla mia natura come i tratti caratteriali, altre come doti sviluppate strada facendo, occasionate dalle circostanze della vita, dagli impegni ricevuti per obbedienza. La mia intenzione non mira ad esaltare la mia persona, ma a rendere grazie a Dio per avermi chiamato a seguirlo e a servirlo e per avermi fornito di particolari doni per farlo.

Carattere

Durante gli studi filosofici a Foglizzo studiai anche un poco di psicologia. Mi affascinò lo studio del carattere e lessi un libro sull’argomento con le classificazioni di Le Senne. Queste conoscenze cercai di applicarle ai miei primi ragazzi per capirne il carattere e per sapere come meglio intervenire. Ovviamente cercai di classificare anche me stesso e mi identificai principalmente con il tipo sentimentale, (ENAS – Emotivo, non Attivo, Secondario), ma, per alcuni tratti, anche con il tipo passionale (EAS Emotivo, Attivo, Secondario).

Le caratteristiche positive del tipo sentimentale sono: Valore: L’intimità; caratteristiche: “Profondità e stabilità dei sentimenti”. Aspetti positivi: “Fedele, umile e semplice”. Mentre gli aspetti negativi sono: Triste, indeciso, poco coraggioso. Pieno di preoccupazioni e di scrupoli. Difetto: la gelosia.

Le caratteristiche positive del tipo passionale sono: Valore: gli Ideali. Caratteristiche: Costante e riflessivo. Gran lavoratore, serio e prudente. Uomo di fiducia, riconoscente. Semplice, onesto e fedele. Gli aspetti negativi: Non dimentica e non perdona facilmente. Impaziente e vendicativo, Organizzato, ordinato e testardo. Difetto: Orgoglio.

Gli schemi non corrispondono mai interamente alle caratteristiche di una persona, e come un vestito standard ha sempre bisogno di alcuni adattamenti per calzare bene. Così le circostanze, l’educazione, l’influsso degli altri e il lavoro che ogni persona fa su se stessa, modificano e modellano il carattere, potenziando alcuni tratti o smussando le angolature.

Cambiano inoltre le prospettive secondo il punto di osservazione. Dal punto di vista interno posso essere convinto di possedere alcune caratteristiche, anche solo potenzialmente, mentre chi mi osserva dall’esterno riesce a cogliere aspetti esteriori del mio carattere che io nemmeno immaginavo di avere.

Doni di natura

Mi conceda Dio di parlare con intelligenza e di riflettere in modo degno dei doni ricevuti. (Sap 7,17)

Ogni nostra attività è targata da una specifica individualità che ci è stata conferita dal creatore che si differenzia da persona a persona, come del resto la fisionomia tipica di ognuno manifesta la fantasia infinita di Dio. Ognuno di noi, prima o dopo, scopre in sé delle attitudini, dei tratti che caratterizzano in modo costante il proprio comportamento o che sono comuni in molte azioni che compie. Sono i “doni di natura”, il bagaglio personale che costituisce l’indole, il carattere specifico della persona, il suo ritratto tipico. Non sempre questa scoperta è facile, perché richiede un’analisi profonda sul proprio comportamento e sui motivi che sostengono le nostre azioni. Altre volte sono gli altri che rilevano queste caratteristiche.

Rivolgendo lo sguardo alla mia vita passata, molte persone mi hanno riconosciuto dei meriti per quanto ho potuto realizzare nelle diverse fasi della mia vita. A stento riesco a crederci, pur dovendo ammettere la oggettiva realtà. Nella mia giovinezza ammiravo spesso le eccellenti doti e capacità di alcuni miei compagni, mentre io soffrivo di complessi di inferiorità, avendo una scarsa considerazione di me stesso. Solo poco alla volta sono riuscito a convincermi che anch’io ero stato arricchito dal Signore di personali doti, attitudini e predisposizioni specifiche con le quali, messo in particolari situazioni, sono riuscito a sviluppare progetti e realizzare determinate opere e imprese. Con modestia, sincerità e riconoscenza voglio attribuire i miei successi a Colui che mi ha concesso questi doni.

Meditando la parabola dei talenti (cfr. Mt 25,14-30; Lc 19,12-26), si apprende che le doti naturali gratuite, devono essere adoperate e coniugate con le capacità acquisite con l’esperienza, per creare dei risultati notevoli. La responsabilità di “trafficare” i talenti è anzitutto della persona stessa, ma anche dei superiori della congregazione religiosa che, accogliendo il candidato, si impegna a “offrire la possibilità di esplicare le sue doti di natura e di grazia” (Cost. 52) e il cui superiore “ha una speciale responsabilità nel discernere questi doni, nel favorirne lo sviluppo e il retto esercizio” (Cost. 69). Anzi, proprio con questa convinzione sono arrivato talvolta a contestare gli ostacoli che mi venivano posti da alcuni responsabili che volutamente o inconsciamente limitavano lo sviluppo delle mie capacità ed esperienze.

Altra convinzione che ho sempre avuto è che questi doni particolari, che avverto di aver ricevuto, sono “manifestazioni particolari dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7), e in questo senso ho cercato di metterli a disposizione della comunità e non aver avuto mai di mira la mia gloria o l’utilità personale.

Tratti caratteristici

Su queste basi caratteriologiche, penso di poter mettere in evidenza alcuni tratti della mia personalità che a mio parere, senza falsa modestia, sembrano caratteristiche significative.

Sensibilità e affettività  

Storie di amicizia

Amicizie femminili

Pragmaticità e concretezza

Capacità organizzative e manageriali 

Interessi e passioni

Costanza e tenacia   –

Semplicità e modestia

Comunicazione sconvolgente

Una comunicazione inattesa

Dopo aver ricevuto per la seconda volta il mandato di prefetto, avevo lavorato sodo. Nel settembre 2011 il rettore aveva espresso il desiderio di creare in biblioteca uno spazio per l’archivio dell’università, ormai fermo da diversi anni in quanto l’incaricato era ormai impegnato in un ufficio in Vaticano. Da un sopraluogo nel terzo magazzino, il Rettore aveva individuato due stanze abbastanza capaci che potevano essere indipendenti dalla biblioteca. Ci ingiunse di svuotarle spostando i libri in biblioteca.
Proposi e ottenni che le operazioni dovessero essere a carico del Rettore e che lo spostamento dei libri avvenisse assieme ad altre due operazioni: lo spolvero e il controllo dei libri, affinché anche la biblioteca ne traesse vantaggio. Furono così controllati e smistati in pochi mesi oltre 20.000 volumi. Il mio zelo mi fece lavorare anche alla sera dopo cena a smistare e spostare i libri, creare spazio e spolverare gli scaffali. Con il sudore in quel luogo fresco mi presi una polmonite che mi fece fare un mese di ricovero nell’infermeria. Continuavo comunque a seguire da lontano i lavori. Dimesso dall’infermeria ripresi normalmente il mio lavoro di ufficio.

Non molto tempo dopo ricevetti nel mio ufficio la visita inaspettata di un superiore maggiore che dopo avermi chiesto come stavo, subito dopo disse che il vero motivo della visita non era la mia salute, ma l’annuncio che tosto mi fece: “Il Rettore ti vuole cambiare”.
Fu un fulmine a ciel sereno e dallo shock, non riuscii a dire niente. Mi si disse essere già stata individuata una persona che sarebbe venuta ad assumere l’incarico di prefetto al mio posto. Quanto a me si davano due possibilità: o restare ad aiutarlo, oppure fare la scelta di andarmene. Dopo quello sconvolgente annuncio, mi aspettavo almeno una chiarificazione dal Rettore, visto che la decisione era partita da lui.
Il primo interrogativo che mi sorgeva spontaneo era: perché non me ne ha parlato personalmente? Si sarebbe potuto esaminare insieme la situazione e, se c’erano dei problemi, li si poteva discutere serenamente. La cosa puzzava di mistero e di torbido.

Ovviamente la notizia si riseppe, ma la situazione rimase per un po’ di tempo quieta. In un ulteriore colloquio con don F.C., il superiore che faceva la visita straordinaria, feci capire l’assurdità di quella decisione e insistetti perché venisse definito il mio ruolo. Per i primi di settembre venne rinnovato temporaneamente il mio incarico con la condizionante “fino alla nomina del nuovo prefetto”. Questa avvenne prima di Natale ed era retroattiva. A me non fu data più alcuna comunicazione sul ruolo che avrei avuto. Lascio immaginare i commenti e le perplessità da parte del personale della biblioteca, dei docenti e delle persone assennate.

Una decisione illogica e incomprensibile

Il nuovo prefetto, che sarebbe arrivato all’UPS a settembre, proveniva dal nord dove aveva appena terminato il suo compito come direttore di una scuola. Non aveva alcuna conoscenza di biblioteche. La logica avrebbe suggerito di affiancarlo ad una persona esperta per un paio di anni per prendere progressiva conoscenza della biblioteca e del suo funzionamento.
Ma il Rettore aveva deciso di accelerare i tempi: si preoccupò di iscriverlo subito alla Scuola di biblioteconomia, ma ciò avrebbe potuto concretizzarsi solamente per l’anno successivo in quanto le iscrizioni avvenivano entro maggio e la pubblicazione degli iscritti accettati verso metà luglio. Con evidente sorpresa il suo nome non appariva nell’elenco degli allievi accettati e nemmeno nella lista delle riserve. Venimmo a sapere anche di una lettera del Direttore della scuola vaticana di Biblioteconomia nella quale venivano date le motivazioni per la non accettazione del candidato: anzitutto l’età superata di almeno dieci anni (il limite era posto a 55 anni), inoltre venivano anche commentate negativamente le motivazioni apportate per l’iscrizione: le qualità possedute dal candidato non erano comunque sufficienti e adeguate per l’incarico previsto. No comment. Qualcuno, per di più anche di notevole autorità nell’ambito della biblioteconomia (Direttore della Scuola vaticana), aveva detto finalmente una parola chiara su una decisione a dir poco avventata. Con questa notizia, comunicatami un’ora prima della mia partenza per le ferie, partii  pensando alle complicazioni successive.

Dovevo andarmene

L’8 ottobre 2012 vengo invitato ad un colloquio con il Vicario del RM presso la casa generalizia. Non riuscivo ad intuire il motivo dell’incontro, ma il mistero venne subito svelato. Già alcuni mesi prima venivo invitato dal superiore locale a “cercarmi un’ispettoria”, cioè ad andarmene dall’UPS per poter rifare la convenzione. Questa volta invece mi si disse senza preamboli che veniva rinnovata la mia “obbedienza “ per un anno e poi avrei dovuto andare via dall’UPS, ma (bontà dei superiori!) avrei potuto scegliere tra alcune opzioni: ritornare alla mia ispettoria di origine (Circoscrizione Piemonte, oppure nel Veneto (per avvicinarmi ai miei parenti) oppure ancora nella Ispettoria di Piła, in Polonia, alla quale ero stato automaticamente iscritto quando i confratelli e le case della Russia erano stati spartiti tra le ispettorie polacche.

 

Colloqui inutili

Colloqui inutili  con i Superiori

Non riuscirete ad immaginare quale fu lo shock di questa comunicazione fatta con tutto candore dal superiore il quale motivava questa decisione per il disagio in cui si trovava l’attuale prefetto della biblioteca a motivo della mia presenza “ingombrante”. Io non gli avrei dato le consegne, continuavo a “comandare” come prima, non gli lasciavo spazio di azione.
Di fronte a queste “accuse” mi sentii ribollire e reagii, dicendo come era invece effettivamente la situazione: che la persona in questione, non reagiva ai miei stimoli e non si curava affatto della biblioteca, non aveva ancora preso visione della situazione e di tutta la sua complessità, che non sarebbe stato in grado di assolvere autonomamente questo importante compito che richiedeva molte specifiche competenze: conoscenze di biblioteconomia, informatica, lingue.

Mi disse con sconcertante ignoranza che non era al corrente di questi particolari e allora non sapendo come reagire, chiamò rinforzi invitando al colloquio anche don F.C., il superiore incaricato della formazione, il quale insistette che questa era la norma: dopo i settant’anni si poteva rinnovare l’incarico solamente di anno in anno. Anche lui fece insistenza sul mio allontanamento. Feci presente la mia competenza di tanti anni di lavoro e che il mio allontanamento avrebbe creati disagi ancor maggiori se non addirittura dei disastri, tanto più che era stato appena introdotto un nuovo programma di gestione, non ancora perfettamente funzionante. Le mie obiezioni non ebbero molto effetto sulle decisioni dei due superiori e allora chiesi di poter chiarire la questione con il Rettore dell’Università, convinto che le obiezioni per le difficoltà che io avrei creato, soprattutto con il personale, provenissero da lui.

Con il Rettor magnifico

Il giorno seguente ebbi un appuntamento con il rettore al quale per oltre un’ora esposi le mie opinioni, lamentando anzitutto il modo disumano con cui queste decisioni erano state prese: sulla base di qualche delazione non appurata, della mancanza di dialogo e di informazione con la persona direttamente interessata. Passai all’attacco denunciando anch’io la situazione pesante e la mancanza di comunicazione. Mi ripromisi di parlare io stesso con la persona dalla quale erano partite queste assurde richieste (il nuovo prefetto). Non avrei mai immaginato che potesse giungere a tanto.

Con il nuovo Rettor maggiore

Tornando un passo indietro, nell’aprile 2014 terminava il Capitolo generale. Sperando nella comprensione del neo eletto Rettor maggiore, al quale avevo fatto pervenire un dossier sulla biblioteca, chiesi di avere un colloquio con lui. Mi ricevette in modo molto sbrigativo, dicendomi che tutti i superiori (Rettor magnifico, superiore della visitatoria e anche il suo vicario) erano concordavano nel dire le stesse cose, cioè di mandarmi via dall’UPS, per cui dovevo seguire la loro decisione. Restai senza parole e allora dissi che, dopo tutto quello che avevo fatto, mi sentivo talmente demoralizzato che avrei voluto uscire dalla Congregazione oppure avere un periodo di riflessione per prendere una decisione. Si disse d’accordo per concedermi un anno sabbatico.

Con il nuovo prefetto

Il  Vicario del R.M., aveva inviato una lettera a me e per conoscenza anche al Rettore e al Prefetto della Biblioteca, e io desideravo commentarla assieme al Prefetto, visto che anche lui era cointeressato. Purtroppo, egli si rifiutò in modo assoluto di entrare in merito, pur avendogli inviato una mail il giorno dopo. Più volte ho insistito di potergli parlare, ma mi negò sempre la possibilità di un incontro e di un dialogo. Gli chiesi se gli avessero proibito di parlare con me. La risposta fu fin troppo chiara:  A me è stato detto di tenermi fuori, come ho fatto.