Religioso e sacerdote

Non solo lavoratore, ma anche prete

Visto che sono conosciuto come religioso e sacerdote, qualcuno si sarà chiesto come ho vissuto questa realtà. Effettivamente nel mio blog ho sempre parlato di lavoro, occupazioni e realizzazioni, ma questo è il modo con cui ho realizzato la mia vocazione. Don Bosco non ha creato “congregazione”, ma una “società” di persone che lavorano e al posto di prescriverci una uniforme, preferiva vedere i suoi soci “in maniche di camicia”. San Benedetto ha dato ai suoi monaci il motto “Ora et labora”. Don Bosco raccomandava “lavoro e temperanza”, “una operosità instancabile curando di far bene ogni cosa con semplicità e misura”, una “operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall’unione con Dio”.

La storia che racconto ora ripercorre la via seguita per diventare religioso e sacerdote, la narrazione concreta di una realtà oggettiva vissuta senza grande enfasi, evitando di diventare un giudizio critico a posteriori. La mia è stata una vocazione “pescata” all’età di dieci anni da due chierici che si presentavano alle parrocchie cercando “ragazzi buoni che accettassero l’idea di diventare preti”. In famiglia avevo un fratello che già studiava da prete, anche lui reclutato quando io emettevo i primi vagiti nel 1941. Nel 1951, con una quindicina di altri ragazzi, compivo il mio primo viaggio in treno che mi trasferiva dal Trentino al Piemonte per entrare in un istituto salesiano, chiamato aspirantato (seminario minore). Qui circa centocinquanta ragazzi dalla V elementare fino alla V ginnasio vivevano praticamente in un collegio dove la vita era regolata da una severa disciplina, orari scanditi dalla campanella e rigorosamente osservati. Ore di studio, scuola, ricreazione (2 volte al giorno), funzioni religiose: messa quotidiana, due messe domenicali, ritiro mensile (chiamato “esercizio di buona morte”), confessione settimanale, colloquio mensile con il direttore. Noi stessi dovevamo provvedere alla pulizia personale, alla camerata e a tutti gli altri ambienti. Ritmi di vita da “convento” o monastero, che ci incanalavano verso una vocazione sacerdotale e missionaria, senza distrazioni esterne. L’istituto salesiano missionario San Pio V a Penango Monferrato era un edificio isolato fuori paese, dove noi vivevamo come in clausura, senza contatti con la famiglia lontana (3 settimane di vacanze estive a luglio, visite di familiari per me impensabili, data la distanza) e col mondo esterno: una volta alla settimana venivamo accompagnati per classi ad una passeggiata nei dintorni. Non esisteva telefono e le comunicazioni erano possibili soltanto via posta (allora la posta funzionava ancora bene).

Non venivamo abituati a ragionare con la nostra testa. Lo slogan che sovente ci ripetevano era: “Obbedisci e a te basta”, dovevamo fidarci insomma dei nostri superiori che decidevano per noi, accettare tutto in modo acritico senza mai ribellarsi, perché questo era segno di docilità e anche di vocazione. Ero abituato al lavoro, all’obbedienza, essendo vissuto in una famiglia numerosa con fratelli grandi. Ci allenavano all’obbedienza che sarebbe stata poi una delle virtù più apprezzate nella vita religiosa, nella quale, insieme ai voti di castità e povertà, si fa anche voto di obbedienza.

Vita religiosa. Il cammino per arrivare ad essere religiosi (salesiani) e poi sacerdoti è lungo e lo si percorre in diverse tappe. Al termine dell’aspirantato, dopo la V ginnasio, chi voleva proseguire, faceva domanda per essere ammesso al noviziato. Domanda valutata, votata e accettata dal consiglio dei superiori.

Noviziato. L’anno di noviziato è un anno rigorosamente canonico di 365 giorni che introduce alla vita religiosa: si approfondiscono i fondamenti canonici, spirituali e specifici della vita religiosa in genere e in particolare per noi ci si accostava alla conoscenza base della storia e spiritualità salesiana di san Giovanni Bosco. Sempre a giudizio del Maestro e del Consiglio si concludeva l’anno con l’ammissione alla professione temporanea triennale dei voti e dopo sei anni con la professione “perpetua”.

Filosofia. Altra tappa formativa è lo studio della filosofia che dura almeno tre anni e viene abbinato ad altri studi, come il liceo o la scuola magistrale. Per me il luogo è stato a Foglizzo nel Canavese, a metà strada tra Torino e Ivrea. Qui ho seguito i corsi di scuola magistrale, terminati con un diploma statale. Ai tre anni proprio allora veniva aggiunto un quarto anno dedicato in modo specifico alla preparazione pedagogica e salesiana utile per il tirocinio.

Tirocinio. Viene detto tirocinio il periodo di tre anni di vita pratica in cui si applica praticamente la pedagogia salesiana, seguiti dai superiori che valutano le capacità educative della persona. La mia prima destinazione è stato un istituto professionale a Torino-Rebaudengo, dove ho lavorato per due anni e a questi sono seguiti altri due anni “in prestito” in un internato a Berlino (Don Bosco Heim).

Teologia. Come preparazione immediata al sacerdozio ci sono quattro anni di studi teologici che io ho trascorso ancora in Germania a Benediktbeuern; al termine avrei dovuto essere ammesso alla ordinazione sacerdotale. La decisione veniva votata dal consiglio dei superiori, ma rendendomi conto che essi poco mi conoscevano, preferii sospendere questo passo.

Diaconato. Fin qui mi ero lasciato “portare” dal principio rassicurante “Obbedisci e a te basta”, ma di fronte alla domanda di ammissione al sacerdozio, mi sono detto che la responsabilità della scelta doveva essere mia, e ho scelto di “fermarmi” alcuni anni per maturare maggiormente una decisione che mi appariva troppo impegnativa.

Lavoro. Terminati gli studi sono entrato nel campo del lavoro e la mia destinazione era la editrice LDC e il Centro catechistico Salesiano di Leumann, nella periferia di Torino. Qui ho lavorato nel campo degli audiovisivi e aiutavo come diacono in parrocchia. Dopo tre anni, sollecitato da mio fratello sacerdote, mi decisi di fare il grande passo, e chiesi di poter accedere all’ordinazione sacerdotale.

Sacerdote. Per la mia Ordinazione scelsi il mio paese nativo, Faedo (TN) e fui consacrato da un vescovo missionario, amico del vescovo di Trento il 5 agosto 1973. Continuai poi la mia vita, occupato principalmente con il lavoro alla editrice LDC nel settore degli audiovisivi ed esercitando il ministero sacerdotale tra gli scout e in aiuto domenicale in varie parrocchie. Lo stesso doppio ritmo di lavoro e ministero occasionale continuò anche a Roma, prima e dopo la Russia (1997-2008). Sollevato forzatamente dal mio impegnativo lavoro in biblioteca per “misteriose e oscure decisioni” (2013), passai due anni sabbatici a Castelgandolfo e poi, per disposizioni provvidenziali e per interessamento di un confratello, vengo proposto nel servizio parrocchiale a Torrita di Siena, nella diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza.

Ecco riassunta in brevi tratti la mia vita religiosa e sacerdotale, vissuta senza particolari scossoni o momenti esaltanti, ma nella ordinaria e comune fedeltà agli impegni che mi venivano proposti. Al termine degli studi, come impegno principale c’è stato sempre un’istanza di lavoro al quale cercavo di dare sempre il massimo delle mie forze e capacità con semplicità e disponibilità. In compatibilità con gli impegni di lavoro, prestavo occasionalmente la mia opera pastorale a seconda della necessità, nelle parrocchie a sostegno del clero soprattutto nei tempi liturgici più impegnativi come nelle grandi solennità di Natale, Pasqua o dei defunti. In modo continuativo ho prestato servizio liturgico per diversi anni nel monastero delle Carmelitane di Cascine Vica e nei noviziati delle FMA a Monte Mario e a Castel Gandolfo. Un impegno esclusivamente pastorale l’ho sto sperimentando, dopo il mio allontanamento dall’UPS  a Torrita di Siena, nella diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza.

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