Vita clandestina

Passai luglio e agosto del 1996 a Gatčina e il 7 settembre ritornai a Roma. Fui guardato con sospetto, freddezza e ostilità. Senza mezzi termini, con la delicatezza tipica di un elefante, il superiore don Schwarz mi disse testualmente: “don Farina e don Picca hanno paura che tu ti rimetta a lavorare in biblioteca”. Che dovevo fare? Quella era la mia casa, qui ero incardinato e qui avevo deciso di stare durante la terapia di interferone che fu decisa dopo la bioscopia, eseguita con alcuni giorni di ricovero all’ospedale san Giovanni.

Vissi così dei mesi da indesiderato, quasi clandestino. Ero stato cancellato dalle liste dei confratelli delle comunità, mi avevano tolto ogni possibilità di lavoro, mi facevano capire che avrei dovuto andare altrove. “Ma perché non vai in Russia a fare questa cura?” Già, mi ero informato, ogni iniezione costava 50.000£ e in Russia questo costo corrispondeva allo stipendio mensile di una persona. Ero mortificato e cercavo di vivere nascostamente, senza dare fastidio o nell’occhio a nessuno. Uscivo più che potevo, a visitare Roma, soprattutto il sabato e la domenica, con la compagnia più amabile e devota che avessi mai potuto trovare. Ma lavoravo anche, di nascosto, non nella biblioteca dell’UPS, ma nell’indice centrale di Urbe, al quale mi collegavo stando in un altro ufficio usando la workstation che avevamo recuperato dal dr. Rebernik. Continuavo in modo anonimo a importare i record dalle varie biblioteche, dando comunicazioni anonime. Ripulii migliaia di intestazioni uniformandole nell’indice centrale. Mi offrii volontariamente ad aiutare l’istituto teologico don Orione che sapevo aver installato Aleph e non si decidevano a collegarsi in rete con gli altri membri di Urbe. Feci un progetto di ristrutturazione della biblioteca, diedi indicazioni per una nuova classificazione dei loro libri e iniziai la loro catalogazione, importando le schede dalla biblioteca dell’UPS e da altre biblioteche. Volevo dimostrare come in poco tempo, anche una persona sola, sfruttando le possibilità della rete e le risorse del lavorare insieme, poteva arrivare facilmente alla meta. In meno di due mesi importai oltre 8.000 titoli dei circa 13 mila che essi possedevano.

Nello stesso tempo mi ero impegnato ad aiutare Igor Laszuk studente bielorusso, della mia futura ispettoria, a terminare la tesi di licenza. Egli era già stato nominato parroco a Minsk. Mi impegnai con lui a completare la stesura della tesi, costringendolo a lavorare in modo schematico e sistematico. Per febbraio potevamo consegnare il testo definitivo. A gennaio avevo sospeso la cura di interferone perché le transaminasi erano salite troppo. Il mio stato di salute non era chiaro. Da una parte mi frenava e non mi lasciava partire, dall’altra mi si faceva pressione perché io me ne andassi. Mi chiesero anche di cambiare camera, dovendo dare la mia camera ad uno che sarebbe arrivato a maggio. Era il colmo: dissi che per protesta avrei piazzato la mia tenda scout in cortile e sarei andato a dormire lì. Mi sentivo veramente rifiutato e d’ingombro e non si facevano scrupolo di farmelo sapere. Decisi di chiarire la questione prima con il dottore da cui mi feci dare la descrizione del mio stato di salute, poi con il Rettor maggiore al quale feci recapitare il certificato medico. Mi rispose che anche se non potevo andare in Russia, avrei potuto ancora rendermi utile (come se fossi già moribondo!), ma non all’UPS. Mi disse che c’erano tre possibilità: restare a Roma cambiando di casa; tornare alla mia ispettoria di origine; cambiare ispettoria. Lasciai a lui la decisione. Egli disse che avrebbe fatto alcune telefonate e in serata mi fece avere la risposta: l’ispettore della veneta Est era disposto a ricevermi. “Bene, mi dissi, adesso voglio vedere quanto tempo passa prima che qualcuno si faccia vivo”. Di tempo ne passò ancora molto, sicché decisi di telefonare io stesso per sollecitare una presa di contatto. Don Roberto Dissegna mi disse che avrei potuto andare a Venezia S. Giorgio. La città era interessante dal punto di vista culturale ed artistico!

Non persi tempo. Terminati i miei impegni con Igor, affidata la continuazione nella gestione delle importazioni dei record nel computer centrale a una bibliotecaria di fiducia, calcolai i tempi necessari e fissai le modalità e le date della partenza. Facevo conto di poter usufruire del furgone di Igor che eravamo andati in Germania a prendere da un benefattore, ma lui decise di partire prima del previsto. Avevo preparato con cura un dossier sulla biblioteca. Feci lo spoglio della mia roba, lasciando molto materiale (tutta la biblioteca scout) all’UPS. Riordinai l’ufficio e preparai gli effetti che avevo in camera in bauli e scatoloni, prevedendo la possibilità di inviarli a varie destinazioni. Lasciai fuori solamente due valigie da portare con me a Venezia. Prenotai, a spese mie il furgone dell’UPS, e il 20 aprile 1997 accompagnato da T.M. mi misi in viaggio verso il Nord, portando le mie cose a Coredo da mia sorella Rita che si era offerta a darmi ospitalità. Tornato a Roma, ripartii il giorno 24 aprile per Venezia. Semplicemente scomparvi, senza salutare nessuno, lasciando però 120 lettere, molte anche personalizzate, una per ciascun dei miei ormai ex confratelli. Di questi solamente quattro si degnarono di farmi avere in seguito un biglietto di risposta. Non mi illudevo, ma così scuotevo la polvere dalle mie scarpe. Questo fu la dimostrazione dell’indifferenza che regna nelle comunità religiose e la conferma pratica di quell’amore fraterno di cui si sentiva tanto parlare e che mi dimostravano concretamente coloro che erano i miei “confratelli”. Per loro avevo lavorato intensamente nel nascondimento, consumando la mia vita per oltre 10 anni. Noi non siamo nessuno.

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