Il paese

Faedo è un piccolo comune montano della provincia di Trento che un tempo aveva attorno a 500 abitanti, ora molto meno, collocato in uno scenario di monti che lo racchiudono da tre lati, lasciando aperto un lato che scende verso la vallata dell’Adige incontrando San Michele all’Adige.

Da San Michele si sale a Faedo tra i vigneti

Da 600 metri, dove è collocato il paesino, fatto di case una attaccata all’altra, la strada, allora non ancora asfaltata, scendeva abbastanza ripida verso la valle, tra una distesa continua di vigneti, ben coltivati, che costituiscono la caratteristica monocultura del paese. Accanto alla strada principale detta “stradone” che in circa 4 Km copriva il dislivello di 400 metri, c’erano diverse scorciatoie che tagliavano ripide quanto mai, tra i campi e i vigneti. Queste erano le strade comunemente da noi percorse, lasciando lo “stradone” solamente per il  traffico dei carri e delle rare automobili che si arrampicavano a fatica fino al paese, dove la strada finiva. In fatti a monte del paese si trovava una strada molto lunga, non asfaltata, che collegava il paese con la valle di Cembra, passando nel bosco. In seguito la strada venne asfaltata e proseguita fino a Verla nella valle di Cembra. Per evitare la eccessiva pendenza la strada passava dal maso Palai, arrivava al “Pian delle vacche” e descrivendo un largo arco sopra il paese, raggiungeva Masén, una piana al di sopra di Verla di Giovo.

Il campanile della antica chiesa di sant’Agata

Caratteristica del paese erano le due chiese, la chiesa antica dedicata a sant’Agata, in stile gotico, risalente al 1200, e la chiesa nuova dedicata al Redentore, costruita all’inizio del 1900 per esigenze della accresciuta popolazione. Negli anni ’50 la “chiesa vecchia” era in disuso e usata per deposito o anche per spettacoli teatrali. In seguito, diminuendo la popolazione, venne restaurata a nuovamente usata per le celebrazioni liturgiche. Contiene un bellissimo altare monumentale di legno intarsiato e dorato e alcuni affreschi alle pareti, tra cui una via crucis che termina con la risurrezione.

Sopra il paese si stendevano a raggiera in grande pendenza prati e “vanegge” dove, essendo vicino al paese, si coltivavano ortaggi e patate. Sempre nella fascia sopra il paese c’erano tre “masi” (mas Ton, mas Nello, mas Palai) dove vivevano alcune famiglie. Dal paese si ha la visione delle Dolomiti di Brenta, Fai della Paganella, la val d’Adige, le due grosse borgate di Mezzocorona e Mezzolombardo e la imboccatura della Val di Non che si apre dopo Mezzolombardo.

Dalla strada che portava a Masén, dopo il “Pian da le vache”, si diramava a sinistra un’altra strada che passando dalla località “Cros” conduceva al “Saùch” distante oltre una mezz’ora a piedi, dove alcune famiglie coltivavano dei prati, in verità molto magri, ad una altezza di circa 1000 metri. Comunque il paese, oltre la fascia delle “sorti” era circondato da boschi misti, ma con prevalenza di pini e faggi. Dal nome faggio (dialetto: föo plurale fövi) deriva appunto la denominazione del paese.

Fino agli anni della mia infanzia funzionavano ancora sotto il paese due miniere dalle quali si estraeva stagno e rame. L’imboccatura delle miniere, i carrelli che trasportavano il materiale escavato, costituivano per noi ragazzi una notevole attrattiva, anche se avevamo paura ad avventurarci nei tunnel bui. Una aveva lo sbocco appena sotto il paese (alle ), l’altra, la più lunga aveva lo sbocco più in basso, sotto la frazione detta dei Molini, vicino al Palai de la Mina.

Nella mia infanzia ricordo ancora in funzione le “calcare”, grossi forni dove si bruciavano i sassi calcarei per ottenere delle pietre bianche adoperate per calcina nelle costruzioni edili. Altro ricordo di altri tempi erano le carbonaie: grandi pire di rami di faggio, costruite accuratamente con un lungo paziente lavoro, e ricoperte poi di terra. All’interno veniva poi appiccato il fuoco e, bruciando lentamente senza fiamma, il legno nell’arco di almeno una settimana, si trasformava in carbone detto di legna.

Gente di paese in piazza negli anni ’50. Notare la pavimentazione di sassi.

La gente del paese era prevalentemente formata da contadini che conducevano una vita dura e faticosa aiutati di solito da un paio di buoi per trascinare i carri caratteristici sui “palanchi” striscianti per terra; data la pendenza del terreno non erano possibili i carri a 4 ruote che creavano problemi di freni. Più tardi qualche famiglia sostituiva i buoi con un cavallo. Solo dopo gli anni 60 vennero introdotti i trattori e altre macchine agricole e poco alla volta anche il bestiame sparì dalle stalle e con questo anche il caratteristico odore di stallatico che “maturava” in strada presso ogni casa prima di essere sparso nei campi come concime.

La gente viveva poveramente e in paese non c’erano molti servizi: due piccoli negozi di alimentari e un’osteria dove c’era anche lo spaccio di tabacchi. A valle del paese a poca distanza funzionava ancora un mulino. Mi sembra che dagli anni ’50 Faedo ebbe anche il comune, dopo che essersi reso autonomo da San Michele e Grumo. Attualmente per nuove esigenze amministrative i paesi si riuniscono di nuovo.

Una risposta a “Il paese”

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