Religioso e sacerdote

Non solo lavoratore, ma anche prete

Visto che sono conosciuto come religioso e sacerdote, qualcuno si sarà chiesto come ho vissuto questa realtà. Effettivamente nel mio blog ho sempre parlato di lavoro, occupazioni e realizzazioni, ma questo è il modo con cui ho realizzato la mia vocazione. Don Bosco non ha creato “congregazione”, ma una “società” di persone che lavorano e al posto di prescriverci una uniforme, preferiva vedere i suoi soci “in maniche di camicia”. San Benedetto ha dato ai suoi monaci il motto “Ora et labora”. Don Bosco raccomandava “lavoro e temperanza”, “una operosità instancabile curando di far bene ogni cosa con semplicità e misura”, una “operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall’unione con Dio”.

La storia che racconto ora ripercorre la via seguita per diventare religioso e sacerdote, la narrazione concreta di una realtà oggettiva vissuta senza grande enfasi, evitando di diventare un giudizio critico a posteriori. La mia è stata una vocazione “pescata” all’età di dieci anni da due chierici che si presentavano alle parrocchie cercando “ragazzi buoni che accettassero l’idea di diventare preti”. In famiglia avevo un fratello che già studiava da prete, anche lui reclutato quando io emettevo i primi vagiti nel 1941. Nel 1951, con una quindicina di altri ragazzi, compivo il mio primo viaggio in treno che mi trasferiva dal Trentino al Piemonte per entrare in un istituto salesiano, chiamato aspirantato (seminario minore). Qui circa centocinquanta ragazzi dalla V elementare fino alla V ginnasio vivevano praticamente in un collegio dove la vita era regolata da una severa disciplina, orari scanditi dalla campanella e rigorosamente osservati. Ore di studio, scuola, ricreazione (2 volte al giorno), funzioni religiose: messa quotidiana, due messe domenicali, ritiro mensile (chiamato “esercizio di buona morte”), confessione settimanale, colloquio mensile con il direttore. Noi stessi dovevamo provvedere alla pulizia personale, alla camerata e a tutti gli altri ambienti. Ritmi di vita da “convento” o monastero, che ci incanalavano verso una vocazione sacerdotale e missionaria, senza distrazioni esterne. L’istituto salesiano missionario San Pio V a Penango Monferrato era un edificio isolato fuori paese, dove noi vivevamo come in clausura, senza contatti con la famiglia lontana (3 settimane di vacanze estive a luglio, visite di familiari per me impensabili, data la distanza) e col mondo esterno: una volta alla settimana venivamo accompagnati per classi ad una passeggiata nei dintorni. Non esisteva telefono e le comunicazioni erano possibili soltanto via posta (allora la posta funzionava ancora bene).

Non venivamo abituati a ragionare con la nostra testa. Lo slogan che sovente ci ripetevano era: “Obbedisci e a te basta”, dovevamo fidarci insomma dei nostri superiori che decidevano per noi, accettare tutto in modo acritico senza mai ribellarsi, perché questo era segno di docilità e anche di vocazione. Ero abituato al lavoro, all’obbedienza, essendo vissuto in una famiglia numerosa con fratelli grandi. Ci allenavano all’obbedienza che sarebbe stata poi una delle virtù più apprezzate nella vita religiosa, nella quale, insieme ai voti di castità e povertà, si fa anche voto di obbedienza.

Vita religiosa. Il cammino per arrivare ad essere religiosi (salesiani) e poi sacerdoti è lungo e lo si percorre in diverse tappe. Al termine dell’aspirantato, dopo la V ginnasio, chi voleva proseguire, faceva domanda per essere ammesso al noviziato. Domanda valutata, votata e accettata dal consiglio dei superiori.

Noviziato. L’anno di noviziato è un anno rigorosamente canonico di 365 giorni che introduce alla vita religiosa: si approfondiscono i fondamenti canonici, spirituali e specifici della vita religiosa in genere e in particolare per noi ci si accostava alla conoscenza base della storia e spiritualità salesiana di san Giovanni Bosco. Sempre a giudizio del Maestro e del Consiglio si concludeva l’anno con l’ammissione alla professione temporanea triennale dei voti e dopo sei anni con la professione “perpetua”.

Filosofia. Altra tappa formativa è lo studio della filosofia che dura almeno tre anni e viene abbinato ad altri studi, come il liceo o la scuola magistrale. Per me il luogo è stato a Foglizzo nel Canavese, a metà strada tra Torino e Ivrea. Qui ho seguito i corsi di scuola magistrale, terminati con un diploma statale. Ai tre anni proprio allora veniva aggiunto un quarto anno dedicato in modo specifico alla preparazione pedagogica e salesiana utile per il tirocinio.

Tirocinio. Viene detto tirocinio il periodo di tre anni di vita pratica in cui si applica praticamente la pedagogia salesiana, seguiti dai superiori che valutano le capacità educative della persona. La mia prima destinazione è stato un istituto professionale a Torino-Rebaudengo, dove ho lavorato per due anni e a questi sono seguiti altri due anni “in prestito” in un internato a Berlino (Don Bosco Heim).

Teologia. Come preparazione immediata al sacerdozio ci sono quattro anni di studi teologici che io ho trascorso ancora in Germania a Benediktbeuern; al termine avrei dovuto essere ammesso alla ordinazione sacerdotale. La decisione veniva votata dal consiglio dei superiori, ma rendendomi conto che essi poco mi conoscevano, preferii sospendere questo passo.

Diaconato. Fin qui mi ero lasciato “portare” dal principio rassicurante “Obbedisci e a te basta”, ma di fronte alla domanda di ammissione al sacerdozio, mi sono detto che la responsabilità della scelta doveva essere mia, e ho scelto di “fermarmi” alcuni anni per maturare maggiormente una decisione che mi appariva troppo impegnativa.

Lavoro. Terminati gli studi sono entrato nel campo del lavoro e la mia destinazione era la editrice LDC e il Centro catechistico Salesiano di Leumann, nella periferia di Torino. Qui ho lavorato nel campo degli audiovisivi e aiutavo come diacono in parrocchia. Dopo tre anni, sollecitato da mio fratello sacerdote, mi decisi di fare il grande passo, e chiesi di poter accedere all’ordinazione sacerdotale.

Sacerdote. Per la mia Ordinazione scelsi il mio paese nativo, Faedo (TN) e fui consacrato da un vescovo missionario, amico del vescovo di Trento il 5 agosto 1973. Continuai poi la mia vita, occupato principalmente con il lavoro alla editrice LDC nel settore degli audiovisivi ed esercitando il ministero sacerdotale tra gli scout e in aiuto domenicale in varie parrocchie. Lo stesso doppio ritmo di lavoro e ministero occasionale continuò anche a Roma, prima e dopo la Russia (1997-2008). Sollevato forzatamente dal mio impegnativo lavoro in biblioteca per “misteriose e oscure decisioni” (2013), passai due anni sabbatici a Castelgandolfo e poi, per disposizioni provvidenziali e per interessamento di un confratello, vengo proposto nel servizio parrocchiale a Torrita di Siena, nella diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza.

Ecco riassunta in brevi tratti la mia vita religiosa e sacerdotale, vissuta senza particolari scossoni o momenti esaltanti, ma nella ordinaria e comune fedeltà agli impegni che mi venivano proposti. Al termine degli studi, come impegno principale c’è stato sempre un’istanza di lavoro al quale cercavo di dare sempre il massimo delle mie forze e capacità con semplicità e disponibilità. In compatibilità con gli impegni di lavoro, prestavo occasionalmente la mia opera pastorale a seconda della necessità, nelle parrocchie a sostegno del clero soprattutto nei tempi liturgici più impegnativi come nelle grandi solennità di Natale, Pasqua o dei defunti. In modo continuativo ho prestato servizio liturgico per diversi anni nel monastero delle Carmelitane di Cascine Vica e nei noviziati delle FMA a Monte Mario e a Castel Gandolfo. Un impegno esclusivamente pastorale l’ho sto sperimentando, dopo il mio allontanamento dall’UPS  a Torrita di Siena, nella diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza.

Semplicità e modestia

Amo le cose semplici e umili

Nato in un piccolo paese agricolo e di montagna, all’età di dieci anni sono entrato in un mondo inaspettato, circondato da compagni di varia provenienza geografica e di diversa estrazione sociale, ho avuto difficoltà ad integrarmi con gli altri sentendomi un estraneo. Non avevo gli stessi interessi e le capacità o abitudini degli altri. Non avevo mai giocato a calcio (!) e questo era per me una cosa alla quale facevo fatica ad abituarmi. Non avevo ardire e coraggio, ma ero fondamentalmente timido e direi quasi “sempliciotto” o ingenuo. Questo atteggiamento mi ha accompagnato per il resto della mia vita.
Poco tempo fa ho incontrato una persona con la quale avevo vissuto alcuni anni e che non vedevo da tanto tempo e avendogli raccontato brevemente le mie avventure, mi disse che non gli ero mai sembrato uno che desse fastidio o che “piantasse grane”. Sono sempre rimasto consapevole delle mie modeste origini, e anche dei miei limiti, e ciò motivava la mia timidezza e la mia ritrosia. Il mio posto preferito è sempre stato l’angolo e l’ultimo posto in cui pensavo di dovermi nascondere e questo non per falsa modestia, ma per naturale convinzione. Col passare degli anni ho superato un po’ la timidezza e i sentimenti di inferiorità, soprattutto da quando ho scoperto di avere anch’io alcune qualità personali positive che mi hanno dato maggior sicurezza. Mi sono sentito più “normale”, quando mi sono reso conto che anche gli altri non sono sempre dei superdotati o dei supereroi, ma persone umane con i loro pregi sì, ma anche con i loro difetti e limiti.

Non mi sembra di essere mai stato spavaldo o eccessivamente espansivo, ma ho sempre conservato una certa riservatezza. Il pubblico mi incute quasi sempre timore e mi spaventa. Stento ad entrare in relazione con le persone e impiego molto tempo a familiarizzare con gli altri. Preferisco stare appartato, anche se desidero e amo la compagnia. Non amo parlare molto, a meno che non trovi interlocutori interessati al racconto della mia vita e delle mie esperienze: in questi casi divento loquace. Mi sento a mio agio nella intimità e nel rapporto personale con poche persone e mi apro allora facilmente alla confidenza quando mi accorgo che la persona si interessa a me o mi dà fiducia. Nelle discussioni raramente mi sento di intervenire, convinto di non avere particolare preparazione intellettuale o conoscenze enciclopediche su ogni argomento. Ci sono campi che non mi hanno mai interessato o che ho escluso del tutto dalla mia vita. Non ho lauree o specializzazioni, ma solo una preparazione generica e normale. Diversamente invece mi comporto quando si tratta di settori in cui ho lavorato e nei quali mi sento competente, allora esprimo la mia opinione con maggiore loquacità e sicurezza.

Con il passare degli anni queste linee caratteriali si sono parzialmente affievolite. Della secondarietà ho ereditato la riflessione e la considerazione di fronte ai problemi. Una decisione improvvisa o avventata di fronte ad una situazione non è mia consuetudine. Non sono immediato e capace di risposte pronte. Ho bisogno sempre di riflettere sulle cose e sulle situazioni valutando i pro e i contro prima di prendere una decisione. In questo utilizzo lo spirito di osservazione e una certa capacità analitica che mi porta a delle soluzioni in modo induttivo.

Quando ho deciso, non torno facilmente indietro, sono tenace e caparbio a portare avanti i progetti studiati, decisi e programmati. E se vengo ostacolato nella realizzazione, cedo con grande rincrescimento. In diverse circostanze sono stato costretto ad ammettere di aver potuto realizzare solo quanto mi era stato concesso, non quello che avrei voluto realizzare.

Costanza e tenacia

Altra caratteristica, tipica del carattere secondario, che alcuni mi hanno riconosciuto è di non essere superficiale, facilone, pressapochista, ma di andare fino in fondo in ogni iniziativa in modo sistematico, studiando e analizzando la situazione e le possibilità di sviluppo, non fermandomi al primo stadio, ma continuando ad approfondire in ogni direzione e ogni possibile implicanza. Sono infatti tenace e costante nel perseguire le mete prefissatemi.
Un impiegato della LDC mi fece un giorno questo complimento: “Lei, dovunque si mette, prima o dopo diventa un competente”. Effettivamente cercavo di ampliare le mie conoscenze, non accontentandomi di nozioni superficiali.
Quando a Foglizzo fui incaricato delle api, non mi bastò il vecchissimo manuale Hoepli, ma acquistai altri libri più recenti per saperne di più e poi migliorai anche le scarse attrezzature che erano a disposizione.
Quando iniziai a raccogliere libri sulla comunicazione e gli audiovisivi, feci una ricerca sistematica per raggiungere tutto ciò che fosse disponibile sul mercato.
Schedando il materiale della documentazione, trovai anche sussidi per catalogare materiale non librario (NBM) anticipando di anni ciò che poi imparai alla scuola di biblioteconomia.
Riflettendo ora sulle svariate iniziative intraprese, riconosco di aver voluto sempre completare e approfondire. Cito solo alcuni esempi in cui mi sembra aver applicato questo principio.

Raccolte le prime preghiere in lingue (Ave Maria e Padre nostro), (1954 ero in seconda media), non mi fermai alle prime dodici lingue trascritte in un quaderno, ma poco alla volta aggiunsi con determinazione altre lingue chiedendo ad un amico che studiava in Francia in una università, di raccogliere queste preghiere da studenti suoi compagni di varia provenienza. In seguito, raggiunsi raccolte poliglotte stampate e infine, ricercando in internet, arrivai a oltre 800 lingue diverse con le scritture originali.

Centro di documentazione audiovisiva: organizzando la documentazione audiovisiva presso la LDC, pensai all’uso e alla importanza dell’immagine, facendomi spedire campioni di riviste fotografiche da diversi paesi, raccolsi cataloghi di audiovisivi da ogni parte, ordinai filmine e serie di diapositive da altre editrici per avere idee e confronti; mi procurai tutte le traduzioni (spagnolo, francese, slovacco, sloveno, ungherese, ecc.) dei libretti di commento alle filmine Don Bosco. Nessuno aveva mai pensato a documentare questa diffusione.

Prima biblioteca di libri sugli audiovisivi, all’inizio degli anni ’70 erano rari i libri che parlavano di immagine, comunicazione, audiovisivi, ecc. Con grande attenzione eseguii una ricerca sistematica presso gli editori che esponevano alla Frankfurter Buchmesse e nei cataloghi che raccoglievo. Quando fui trasferito a Roma, portai con me questi libri che costituirono il primo nucleo del settore “Comunicazioni sociali” (32) nella biblioteca UPS.

Deposito SIAE delle musiche editate dalla LDC. Visto il diffondersi di libretti abusivi di canti liturgici e non presso istituzioni e parrocchie, per difendere i diritti di autore, decisi di depositare alla SIAE tutte le musiche di proprietà dell’editrice, che aveva cominciato a pubblicare dalla fine degli anni ’60. Fu un lavoro capillare e sistematico.

Tecniche di registrazione audio. Questo argomento, associato alla musica è stato trattato nella mia autobiografia nel settore Leumann LDC. Pur non essendo esperto di tecnica sono passato progressivamente dalla ignoranza a diventare un esperto tecnico audio. La LDC non possedeva alcun strumento per ascoltare le prime registrazioni, conservate in un armadio. Avevamo nastri e dischi. Presi in prestito dall’Oratorio un giradischi-amplificatore e poco alla volta aggiunsi anche registratori per poter leggere i nastri professionali e, passo dopo passo, mi attrezzai con strumenti adatti (microfoni, registratori, tavoli di montaggio e di mixaggio) fino a creare un modesto studio di registrazione in modo di poter lavorare in modo autonomo.

Nello studio delle lingue: russo, mii procurai diversi manuali destinati a studenti stranieri delle università russe. Poi usai metodi personali, facendo analisi dei verbi combinati con diverse preposizioni; elenchi di parole di varia provenienza: es. parole italiane; omofoni con significato diverso, simili; significati diversi con diverso accento, ecc.

Nello studio delle lingue: tedesco, non mi sono limitato a insegnare le regole grammaticali, ma ho usato un metodo analitico basato sulla struttura grammaticale tipica della lingua, aiutando a comprendere gli elementi (prefissi e suffissi, preposizioni) che vengono a definire le sfumature e facilitano la comprensione di parole derivate.

Nello studio delle lingue: inglese. Anche quando nelle medie studiavo inglese tendevo sempre a schematizzare e seguivo una tabella di Oxford con particolari segni per indicare la pronuncia. Componendo il libro sulle lingue avevo scoperto una guida alla lingua (Guide to the English Tongue) del 1782 che mi aveva colpito per l’analisi sistematica delle parole suddivise per mono sillabi. La adottai subito per il mio libro.

Libri di consultazione. Raccolta di glossari tematici per diverse lingue; arricchimento della biblioteca di vocabolari mono e bi linguistici; libri liturgici (messali, lezionari) in diverse lingue; bibbie in diverse lingue; catechismi e manuali fondamentali in diverse lingue…

Ricerche genealogiche: queste ricerche sono iniziate per curiosità limitate alla mia famiglia, si sono estese a diversi paesi, alla storia, alla presenza del nome Tabarelli in ogni parte del mondo; raccolta sistematica di nominativi con ogni mezzo e dovunque.

Programma zione riviste: Bollettino salesiano in lingua russa (20 numeri in 5 anni); Плюс Один Plus Odin, rivistina interna per gli allievi del Centro Salesiano Don Bosco di Gatchina (17 numeri in tre anni); La biblioteca informa (UPS) (32 numeri in 4 anni). Notiziario parrocchiale di Torrita (25 numeri in tre anni).

Realizzazione di siti siti web: sito ufficiale dei Salesiani in Russia impostato in 4 lingue (russo, italiano, inglese e tedesco) diviso in 4 sezioni tematiche: don Bosco, Sistema educativo, Salesiani nel mondo e salesiani in Russia (in particolare riguardo al Centro Salesiano don Bosco di Gatchina). Il secondo sito che programmai e organizzai, rientrando in Italia, fu quello della biblioteca UPS, nato dal confronto con diversi siti simili, ma strutturato secondo le esigenze tipiche nostre. Un terzo sito – blog – è la mia autobiografia che vuol descrivere in modo cronologico e sistematico l’avventura fantastica della mia vita.

Interessi e passioni

La mia attenzione, presentandosi opportune occasioni, fu rivolta a tematiche concrete, pratiche, oggettive dove potevo applicare le mie doti di concretezza. Non sempre si è trattato di interessi innati, ma lo sono diventati, dopo averli accettati ed essermi immerso nella loro pratica. Sono cresciuti con l’intensità dell’impegno diventando un lavoro esperto e specializzato. Ci ho creduto fino ad immedesimarmi nelle cose che facevo e in esse trovavo anche la mia soddisfazione assieme ai risultati.

Meteorologia. Durante gli studi di filosofia ero più soddisfatto a occuparmi delle api che non a divertirmi nel gioco. Mi occupai di meteorologia osservando e rilevando i fenomeni metereologici. Partendo da alcune nozioni apprese in un fascicolo dedicato a questo tema, durante gli studi di filosofia, avendo a disposizione termometro, barometro e igrometro, seguivo l’andamento del tempo segnando giornalmente temperatura (massima e minima), fenomeni atmosferici, nuvolosità, precipitazioni, ecc. La medesima osservazione la continuai negli anni passati in Russia, rilevando soprattutto temperature massima e minima per diversi anni, ottenendo in excel interessanti grafici.

Apicoltura. Durante gli anni di filosofia, mi occupai delle api: due anni per imparare e due anni per trasmettere al mio successore la mia esperienza. Un campo molto interessante al quale mi dedicavo tutti i momenti liberi, soprattutto durante le ricreazioni. Osservare, conoscere e approfondire la vita delle api, migliorare le attrezzature, raccogliere sciami per incrementare le famiglie, era diventata una passione alla quale mi dedicavo con molto interesse. Interesse che portai con me come interessante esperienza nel resto della mia vita, anche se non ebbi più altre opportunità di dedicarmi all’apicoltura.

Fotografia. L’attrazione all’osservazione e al vedere la sviluppai nella fotografia, nel cogliere attraverso l’obiettivo modi di vedere, particolari con la macrofotografia. Questa passione nacque per caso a Berlino nel 1964. Le prime fotografie in formato 7×12 scattate con una primitiva AgfaBox regalatami dal direttore p. Klinski che usava rullini B/N 120. In seguito, potei usare macchine sempre migliori fino a una bella Reflex semiautomatica: Konica T regalatami da mio fratello Remo in occasione della mia ordinazione

Fotografo in cerca di particolari interessanti

sacerdotale. Già da tre anni lavoravo alla LDC proprio nel settore fotografico. Con questa attrezzatura semiprofessionale ben accessoriata con grandangolo, tele, filtri vari, lenti addizionali per la macro, ecc. feci un’infinità di foto arricchendo anche l’archivio fotografico della LDC, documentando le attività scout e la vita delle famiglie dei miei familiari e nipoti. Lavoravo soprattutto con diapositive, potendo avere gratuitamente e facilmente pellicole dal laboratorio fotografico della LDC.

Alla LDC avevo lavorato a stretto contatto con l’archivio fotografico e il laboratorio delle filmine e diapositive. Alcune mie foto andavano in archivio per utilizzo editoriale. Ma fu a Gatčina in Russia, dove questa tecnica mi servì più che altrove per la necessità di avere a disposizione foto per le copertine dei libri e in modo ancora più impellente per le illustrazioni del Bollettino Salesiano. Le foto che facevo ora avevano uno scopo ben determinato e, oltre a chiederle ad altri, provvedevo a farmele io stesso. Molti soggetti erano i ragazzi del nostro Centro. Lavoravo con le macchine che possedevo ma sempre in modo analogico, per cui dovetti trasformare tutte le immagini che facevo in formato digitale con lo scanner.

Vedendo molte mie foto, anche ben riuscite, la mia aiutante editoriale, Larissa Donchenko organizzò una esposizione fotografica delle mie foto presso la biblioteca comunale Kuprin a Gatčina nel 2006.
Vedi autobiografia: In Russia: eventi significativi per me

Scoutismo. Invitato a seguire i gruppi scout dopo l’ordinazione sacerdotale, pur non conoscendo nulla di questo movimento, sono entrato a far parte degli scout nel 1973, anno in cui le due organizzazioni maschile (ASCI) e femminile (AGI) venivano fuse nell’AGESCI. Iniziato come AE (Assistente Ecclesiastico) tra i lupetti come Baloo, salii poco alla volta alle branche successive degli Esploratori, e dei Rover. Nei quasi 25 anni che sono stato con gli scout trovavo l’attrattiva alla praticità comunicando la mia esperienza nelle costruzioni, nell’osservazione della natura, nella formazione e nel servizio religioso.

Ovviamente mi qualificai approfondendo la conoscenza storica e metodologica degli scout con la lettura della stampa associativa e frequentando un Campo Scuola Nazionale per AE a Colico guidato da Mons. Andrea Ghetti, un personaggio famoso dello scoutismo. Partecipavo a tutte le attività del gruppo Leumann I, (Comunità Capi, riunioni di Branca, uscite mensili, campi estivi e invernali, route), ma anche a quelle zonali, come AE della zona Rivoli, e regionali. L’apice fu la partecipazione al Campo nazionale della branca E/G (1983) e a quella delle Comunità Capi nel 1986 ai Piani di Pezza. In ultimo, la fondazione di un gruppo MASCI, il secondo in Piemonte, ancora oggi funzionante.
Trasferito a Roma nel 1986 fui coinvolto in vari gruppi e anche nei Campi di Specializzazione di Bracciano. Alla editrice LDC promossi la traduzione dal tedesco e la pubblicazione di una biografia di B.-P. (Il lupo che non dorme mai) e di una serie di diapositive sullo scoutismo. Resta ancora inedito un mio studio comparativo di due grandi educatori: Don Bosco e Baden Powell.

Biblioteca. La Biblioteca non fu una mia scelta, ma un incarico che mi fu affidato quando dalla LDC fui richiesto a Roma per lavorare nelle Comunicazioni sociali. Dopo appena un mese mi cambiarono lo scenario e fui trasferito per necessità a lavorare nella biblioteca. Un incarico che divenne poi un campo proficuo di lavoro nel quale mi sono impegnato a fondo.

Qui sono entrato in punta di piedi esplorando un terreno a me del tutto sconosciuto, ma poco alla volta mi lasciai coinvolgere a pieno. Come in altri campi di azione acquistai piano piano non solo la conoscenza, ma anche la competenza e il campo della biblioteca mi coinvolse pienamente. Il sapere che poco alla volta ho assimilato, diventando un esperto, ho cercato di trasmetterlo ai miei collaboratori, qualificando decine di bibliotecari.

E’ stata un’avventura durata complessivamente 18 anni, interrotta da 12 anni di permanenza in Russia. Un’avventura molto entusiasmante che ha visto avvenimenti molto significativi come l’introduzione dell’automazione, la creazione della collaborazione con il GBE e URBE, il coinvolgimento e la formazione di personale efficiente, la riorganizzazione e i sogni infranti di uno sviluppo adeguato ai tempi e mirante al futuro.

Ricerche genealogiche. Dopo il regalo di un dischetto, mi sono interessato agli antenati della famiglia Tabarelli, ricercando negli archivi parrocchiali di Faedo, di Cembra e di Faver. Ho raccolto circa 2200 nominativi inseriti con i relativi collegamenti nel programma FHS (Family History System). Le ricerche storiche mi hanno fatto scoprire anche un ramo nobiliare (i Tabarelli de Fatis) che si sviluppa in modo indipendente con il cognome Tabarelli.
La ricerca è proseguita sistematicamente scoprendo la presenza di questo cognome fuori del Trentino con la presenza di nuclei di Tabarelli nel Veronese, nel Bresciano e sporadicamente in altre parti d’Italia. Occasionalmente ho scoperto due gruppi di Tabarelli in Germania che mi hanno invitato agli incontri da loro organizzati. Ma non mi sono fermato qui e ho proseguito la mia ricerca all’estero, seguendo i sentieri dell’emigrazione raggiungendo il Brasile, l’Argentina e il Paraguay. Avevo creato un sito in quattro lingue (www.tabarelli.altervista.org) raccontando la storia della famiglia e la sua diffusione nel mondo. Purtroppo, non avendo potuto seguirlo, dopo qualche anno è stato oscurato. Ma sono tuttora in contatto con centinaia di Tabarelli che comunicano con me tramite i social. Leggi tutto “Interessi e passioni”

Capacità organizzativa

Alla LDC ho conosciuto un confratello coadiutore (Annibale Baggio) che era stato diversi anni a Cuba e, dopo l’espulsione, lavorò molti anni alla LDC nel settore commerciale e, come libraio, presso le filiali di Bologna, Genova, Milano e Ancona. Nel suo entusiasmo diceva di riconoscersi un talento di organizzatore. Altrettanto potrei dire anch’io di me stesso vedendo a posteriori i risultati ottenuti nei vari luoghi e nelle diverse occupazioni che ho dovuto svolgere. La concretezza a cui sopra facevo accenno si manifestò anche nello svolgimento del mio lavoro e nella modalità di gestione delle responsabilità avute.
Oso menzionare alcuni campi nei quali mi sembra di aver lavorato con maggior successo e dove emerge la mia mente sistematica e organizzatrice. Accenno solo alla organizzazione del settore musicale presso la LDC, alla fondazione e gestione della editrice CSDB in Russia, alla organizzazione ed edizione del Bollettino Salesiano in lingua russa. Non ultima la riorganizzazione della Biblioteca UPS a Roma e la realizzazione della rete URBE con le biblioteche pontificie.

Organizzare, schematizzare, sistematizzare, analizzare, programmare: per me era il modo di agire e di procedere, una mentalità che aiuta a raggiungere completezza, avendo uno sguardo complessivo sulla questione senza perdere di vista aspetti importanti. Dopo aver analizzato tutti gli elementi, stendo una sintesi, pianifico il lavoro e cerco di realizzarlo, dopo aver identificato il modo migliore di riuscire. Ai miei collaboratori dicevo che più che eseguire un lavoro, era più importante avere un metodo per lavorare, ovviamente nel modo più efficace e nel minor tempo possibile. Ricordo l’affermazione di una bibliotecaria che un giorno mi disse: “Lei mi ha insegnato a lavorare”: era il miglior ringraziamento che ricevevo.
Esempi: accingendosi a realizzare un progetto, preparando un poster, o semplicemente scrivendo un articolo si arriva a non tralasciare nessuna informazione necessaria, se si riesce a rispondere a cinque domande (chi, che cosa, quando, come, dove; in tedesco: Was, Wo, Wer, Wann, Warum). Un altro modo è quello dello stile scout dell’impresa: (ideazione, lancio, programmazione pratica [chi, che cosa, quando, come, dove], esecuzione, revisione, fiesta).

Essendo un tipo secondario, di fronte ad un problema non improvviso le decisioni, non sono precipitoso, ma rifletto a lungo ponderando tutte le possibilità e conseguenze fino a giungere alla soluzione più consona. Mi meraviglio e mi sento umiliato che altri, magari superiori, mi propongano o addirittura impongano soluzioni e decisioni affrettate prese di autorità e con nessuna competenza. Una volta presa la decisione mi sento profondamente motivato e convinto per cui poi vado avanti con risolutezza cercando di perseguire le mete prefissatemi superando tutti gli ostacoli con pazienza e tenacia.

Praticità e concretezza

Seconda caratteristica che mi riconosco è la praticità e la concretezza. La mia stessa provenienza dal mondo contadino e pastorale mi ha sempre orientato più a fare cose concrete che a divertirmi. Da piccolo mi rimproveravano forse per la lentezza, ma mi educarono al lavoro, ad occuparmi delle cose da fare e in questo sia papà che i fratelli maggiori mi davano l’esempio. L’attrazione verso le cose mi inclinava a guardare, osservare e a imitare, a scoprire, a confrontare, ad analizzare piuttosto che a filosofare, a ragionare. Non amavo la filosofia e il pensiero astratto perché non lo comprendevo. Lo stesso modo di studiare mi portava a schematizzare, a riassumere e a fissare i punti principali in uno schema. Amavo le materie pratiche e concrete, la pedagogia piuttosto che la filosofia, la sociologia piuttosto che l’arte con le loro fantasiose descrizioni. Durante gli studi di filosofia, il mio tempo libero lo dedicavo a coltivare le api invece che a giocare. Tempo libero per fare che?

Il tempo per me è sempre stato una ossessione perché mi basavo su alcuni principi: uno di questi è un detto di Dante “il perder tempo a chi più sa, più spiace” (Purg 3,78) e poi perché il tempo una volta perso, è perso per sempre. Il tempo è prezioso, è una moneta che si può spendere una volta sola, non la si recupera mai: occorrerà altro tempo, ma non sei mai sicuro di averne altro a disposizione. Anche i proverbi ce lo ricordano: “Chi ha tempo, non aspetti tempo” perché non si sa mai se ci sarà: sono verità che valgono sia per i giovani che per gli anziani. Questi sono principi che ho sempre cercato di inculcare si miei allievi come anche ai miei collaboratori.

In Russia ho dedicato un numero di Plus Odin all’argomento tempo. Non ho tempo è una falsa scusa. Il tempo è suddiviso in anni, mesi, settimane, giorni, ore e minuti e anche questi ultimi possono essere utilizzati senza sprecarli. Ad una studentessa universitaria spiegavo come si possono utilizzare proficuamente anche i “tempi morti o vuoti”, durante un viaggio, nei tempi di attesa, ecc. per leggere un libro, memorizzare poesie o pregare. Portavo il mio esempio dicendo che proprio utilizzando i “ritagli di tempo”, avevo imparato le lingue, ripetendo espressioni lette da un libro o dagli appunti. Ricordo che in collegio utilizzavo i tempi morti dei passaggi da un ambiente all’altro (in fila e in silenzio) per ripassare nozioni di varie materie.
Nei campi scout mi trovavo sempre qualcosa da fare: raccogliere legna, intagliare oggetti con il coltello, costruire ponti sul ruscello, annodare cordicelle per fare nodi per il fazzolettone, cinture, braccialetti con il makramée. Suggerivo di non perdere o “sprecare il tempo”, anche se ne avevano tanto a disposizione.

Nella vita c’è tempo per tutto, se lo si sa utilizzare bene. Come dice anche la Bibbia: “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo, ecc.” (Qo 3,1-8). Non sopporto l’ozio e cerco sempre di essere occupato, di aver qualche cosa da fare. Molte volte faccio anche due lavori in contemporanea. Dicono che questa sia una caratteristica dei pesci.

Quando entrai nel movimento scout e conobbi i suoi principi, mi trovai subito a mio agio perché era un metodo basato su cose molto concrete: l’osservazione, la natura, imparare facendo, le tante attività e abilità manuali, la concretezza delle proposte, la formazione del carattere e la progressione personale, il sentiero, la strada, salute e forza fisica, la responsabilità, la legge, l’essenzialità, il servizio.

Amicizie femminili

Amicizia con donne

Collaboratrici ed amiche

Il periodo delle amicizie, soprattutto femminili, iniziò dopo la teologia. Staccato all’età di dieci anni dalla famiglia e dall’ambiente naturale composto di uomini e di donne, guardavo all’altro sesso con particolare curiosità. In genere per gli uomini le donne sono un’attrazione naturale che anche in me si era manifestata ancora nell’ infanzia, forse in seconda o terza elementare, quando guardavo con simpatia una mia coetanea di nome Laura, alla quale non riuscii mai a manifestare i miei sentimenti. Molti anni più tardi, ricordandomi ancora di lei, la incontrai una volta sola in paese.

Sapevo che come prete avrei dovuto avere relazione anche con le donne e questo mi preoccupava. Volli “maturare” la mia vocazione, tramandando di alcuni anni l’ordinazione sacerdotale e rimasi per quattro anni diacono. Lo scopo che mi proponevo, era il superamento di questa difficoltà di rapporti con l’altro sesso, conoscendo ragazze e donne, e rimediando la mancanza di conoscenza reale del loro particolare mondo e della loro psicologia. Senza espormi a rischiosi esperimenti, o a pericolose avventure, pensavo di poter risolvere il problema almeno con relazioni epistolari. Dalla mia esperienza, sia tedesca che russa, aggiungevo anche l’utile egoistico con la corrispondenza in lingua per non dimenticare gli idiomi che avevo imparato. Non mi prefiggevo di sfogare passioni disordinate, frenate da anni di severa e casta educazione, ma puntavo a scopi più nobili. Le buone e rette intenzioni vennero assecondate e il mio desiderio fu abbondantemente soddisfatto perché ho avuto la fortuna di conoscere tante donne, giovani e mature, sia laiche che religiose, che mi hanno arricchito non solo sentimentalmente, ma anche umanamente e spiritualmente.

Da una semplice conoscenza, da durature relazioni di reciproche confidenze e condivisione di esperienze nasce molte volte il sentimento di amicizia, in taluni casi molto forte e profonda, ma con connotazioni diverse da persona a persona. Dalla mia esperienza in Germania ricordo alcune di queste relazioni  e in particolare Margaret.

Margaret. La mia relazione con Margaret era stata volutamente cercata. Mancavano pochi giorni al mio rientro definitivo dalla Germania e mi trovavo coi miei compagni di corso ad Augsburg per gli EESS in preparazione alla loro ordinazione. Accanto a noi c’era un gruppo di ragazze di una scuola che facevano il loro ritiro. Chiesi ad un mio compagno che le conosceva, di informarsi se una di loro fosse stata disponibile a corrispondere con me. Volevo assicurarmi un contatto epistolare per mantenermi in esercizio con il tedesco. Mi presentò Margaret alla quale diedi il mio indirizzo. Ancora in Germania, nella Selva Nera, dove mi trovavo in vacanza con i ragazzi di Berlino ricevetti la prima cartolina. Era il 9 luglio 1970 e da allora questa relazione è continuata senza interrompersi fino ad oggi. Margaret aveva allora 17 anni e oggi è nonna con quattro figli e una decina di nipotini. Quando stavo per partire per la Russia nel 1997 decisi di distruggere oltre 300 lettere che io fino allora avevo ricevuto e numerato progressivamente. Negli ultimi anni la corrispondenza divenne elettronica per e-mail. Per cinquant’anni abbiamo condiviso tutto della nostra vita, confidandoci reciprocamente sentimenti, difficoltà, problemi, eventi lieti e tristi. Ho potuto seguire le sue vicende personali (insegnante, fidanzamento, matrimonio, figli e improvvisa morte del marito) e quelle della sua famiglia con le relative problematiche, e conoscere la vita reale di una famiglia concreta, recuperando con lei anche le mie grosse lacune che avevo in questo ambito, avendo dovuto staccarmi dalla mia famiglia reale all’età di dieci anni.

Nella mia esperienza russa ho legato con tante persone, non creando amicizie profonde, ma perlopiù fondate su una approfondita conoscenza, cordiale collaborazione e condivisione.

Particolari rapporti di amicizia e familiarità ho avuto anche con persone consacrate, suore e monache di varie congregazioni, conoscenze occasionate da incontri di simpatia, collaborazione o in genere da affinità spirituale come Sr Caterina, Sr Massima, Sr Cecilia. Ma di due in particolare desidero sottolineare ed evidenziare il tipo di relazione per l’influsso benefico che hanno avuto su di me:

Sr Margaret. Una suora FMA orientale, conosciuta per caso alla LDC per un atto di aiuto e di gentilezza che le avevo dato. Si è informata sulla mia situazione, ha intuito il mio disagio che in lei ha suscitato un istinto fraterno, direi materno di sintonia, di comprensione e sostegno spirituale. Pochi giorni dopo questo incontro andò a continuare la sua formazione in Inghilterra e poi fu inviata a Hong Kong e infine in Australia. Per diversi anni ho avuto con lei un intenso e profondo scambio di corrispondenza. Questa amicizia ha inciso profondamente nella mia anima anche perché fu un aiuto delicato, veramente fraterno in un momento difficile della mia vita: stavo per decidere di accedere al sacerdozio superando le difficoltà che mi avevano fermato per riflettere. La sua delicatezza, il suo intuito e il suo sincero affetto penetrarono profondamente in me e maturarono la mia decisione di accedere al sacerdozio.

Sr M. Veronica
Sr Maria Veronica del Volto Santo

Sr M. Veronica d.V.S. monaca carmelitana. Il 18 settembre 2019 ha incontrato il Signore dopo grandi sofferenze per una dolorosa malattia alla spina dorsale. Il monastero carmelitano di Cascine Vica – Rivoli non era molto distante dalla LDC e io mi recavo da loro per dare la benedizione eucaristica domenicale. Mia coetanea, sr. Veronica ha condiviso con me per quarant’anni un’amicizia molto profonda e spirituale. Ancora diacono, mi ha accompagnato nel cammino verso l’ordinazione. Le monache di questo convento mi consideravano il “loro” prete. In particolare, sr. Veronica mi considerava un suo fratello spirituale e mi sosteneva con la preghiera e i suoi consigli. Mi chiedeva di metterla nel calice, e io quando celebravo al Carmelo condividevo fraternamente con lei l’ostia consacrata. Ora la ricordo in tutte le messe nel memento dei defunti.

Per concludere non posso dimenticare tante altre persone laiche con le quali, partendo da una relazione di lavoro o di altro tipo di rapporti, è nato un sentimento di stima e apprezzamento, e in alcuni casi anche di riconoscenza, verso la mia persona che hanno determinato un avvicinamento e una conoscenza reciproca più profonda. Da queste situazioni si sono sviluppate varie relazioni di amicizia che per me hanno costituito un rapporto costruttivo e positivo di aiuto, sostegno non solo affettivo, sociale e umano, ma anche spirituale e psicologico. Con umile e semplice riconoscenza apprezzo tutte queste amicizie protestando la mia fedeltà nel ricordo riconoscente che ho per loro e per tutti quelli che mi vogliono bene.

Una testimonianza di papa  Francesco    Papa e donna

Storie di amicizie

Da ragazzi, in collegio, le amicizie ci venivano proibite, perché si voleva vedere in esse qualcosa di moralmente pericoloso. Probabilmente si voleva che noi venissimo preparati, come religiosi e futuri sacerdoti, al celibato ecclesiastico. Ora, dopo sessant’anni vedo la situazione diversamente, anzi ritengo che una sana ed equilibrata amicizia, anche con una donna, sia un arricchimento reciproco e un sostegno naturale per la completezza della persona. Dio, creando la donna, disse: “Non è bene che l’uomo sia solo” e perciò gli volle dare “un aiuto che sia simile a lui”. Due persone che si completano e si aiutano a vicenda. La storia delle mie amicizie potrebbe essere molto lunga e molto varia.

Comunemente si definiscono amicizie i buoni rapporti tra le persone nati dalla conoscenza, dalla simpatia, dalla stima reciproca, dalla condivisione di comuni interessi, da relazioni di lavoro, di vicinanza o collaborazione. Amicizie di questo tipo ne ho avute a decine nella mia vita, coltivate per periodi anche lunghi con relazioni epistolari o contatti più o meno frequenti. Anche qualcuno di questi “amici” per vari motivi mi ha abbandonato o dimenticato, io non ho cancellato queste relazioni ed esse perdurano nel tempo con piacevole ricordo nella memoria.
Ciò sottolinea le caratteristiche del carattere sentimentale che conferma la “Profondità e stabilità dei sentimenti”.

Altra cosa sono le amicizie vere e proprie e queste sono molto più rare anche se possono aver origine occasionalmente o talvolta cercate appositamente perché, come dice il proverbio: “chi trova un amico trova un tesoro”. Caratteristica dell’amicizia è la conoscenza reciproca profonda e intima, la condivisione di ideali e lo scambio di esperienze e confidenze che permettono all’altro di leggere nella propria vita anche i segreti più nascosti, determinando una fusione e un arricchimento comune, secondo un antico detto “L’amicizia o trova gli amici uguali o li rende uguali”.

Ogni storia di amicizia è diversa, e io posso confermare di essere stato molto fortunato perché ho avuto tanti amici dai quali sono stato sostenuto, incoraggiato, consigliato e aiutato. Ogni amicizia mi ha aperto nuovi orizzonti arricchendomi di tante conoscenze ed esperienze. Non posso ovviamente descrivere ogni relazione, ma mi limito solamente a parlare di alcune relazioni tra le più significative per la mia vita. Nessuna relazione ci lascia indifferenti.

José: amicizia adolescenziale con un mio compagno di classe in terza media (1955). Dopo la vestizione in quinta ginnasio lui è stato destinato al Cile e la nostra relazione divenne epistolare e durò circa tredici anni. Egli aveva un animo delicato, gentile, e mi ricambiò con semplicità l’amicizia, condividendo con me le sue esperienze di vita fin dopo la sua ordinazione. Venne a trovarmi (nel 1969) a Benediktbeuern e visitai con lui la Pinacoteca di Monaco assecondando il suo spiccato gusto verso l’arte.

Martin: dal 1955 (in terza media) ai giorni attuali. Era allievo in una scuola professionale salesiana e la relazione epistolare con lui fu mediata con l’intento di esercitarmi nella lingua tedesca, ci scrivemmo per alcuni anni e il contatto si interruppe dopo la morte di suo padre. Ripresi i contatti con lui nel 1969 prima di lasciare la Germania e da allora la relazione è continuata sporadicamente con incontri personali reciproci fino al momento attuale.

Anthony, giovane irlandese conosciuto a Torino e poi diversi anni missionario nelle Isole Solomon: scambio epistolare in inglese, con relazione sulla sua attività di volontario missionario.

Vladislav. Un interessante rapporto di amicizia, puramente epistolare, durata diversi anni fu occasionata da una corrispondenza diretta al Bollettino Salesiano che io avevo fondato in lingua russa. All’inizio non riuscivo a sapere chi fosse la persona che mi scriveva, ma poi capii che si trattava di un ergastolano, condannato a morte all’età di diciannove anni per omicidio. All’epoca di Yeltzin (inizio anni ’90) la pena di morte era stata sospesa e Vladislav espiava in un carcere duro speciale la sua pena, augurandosi che anche in Russia la pena di morte venisse abolita. Ho potuto conoscere dalle sue lettere le dure condizioni di vita del carcere, le vicende tristi e liete della sua travagliata e sofferta vita. Tramite lui venni a contatto con diversi altri ergastolani, con la sua mamma e con un ex poliziotto che si curava di lui. Convertito in prigione, ha ricevuto il battesimo considerato e festeggiato come una vera rinascita ad una nuova vita. Dalle sue lettere coglievo molte espressioni di fede e speranza tramite tante citazioni della sacra scrittura che esprimevano i suoi buoni intendimenti. Per me erano edificanti meditazioni. Purtroppo, ho lasciato in Russia tutte le sue lettere e, tornato in Italia, ho perso i contatti.

Sensibilità e affettività

Qualcuno scherzosamente mi ha etichettato come orso, schivo dei contatti con gli altri e a volte burbero e scontroso. A dir la verità, non mi si addice del tutto questo giudizio. Ammetto di essere timido e poco espansivo; riservato e diffidente, impiego tempo per sentirmi a mio agio in un gruppo, faccio fatica a intervenire e prender la parola in un’assemblea. Timidezza e riservatezza di fronte al pubblico, è un dato di fatto che mi ha sempre procurato complessi di inferiorità. Diversamente mi comporto invece quando mi sento inserito come parte integrante di un gruppo oppure mi trovo in posizione di coordinamento, responsabilità o di particolare competenza. In questi casi agisco non mettendomi al di sopra, ma al fianco delle persone, cercando di condividere la mia competenza, trasmettere la mia esperienza col desiderio di migliorare i miei collaboratori. Questo atteggiamento lo usavo anche con i fornitori, i rappresentanti, non considerandoli degli aggressori importuni, ma “persone” che mi offrono un servizio. Evitando relazioni fredde e distaccate, commerciali o istituzionali, costruivo rapporti personali di collaborazione, di comprensione, che talvolta sono sfociate in relazioni amichevoli e confidenziali di stima e apprezzamento reciproco, ottenendo magari anche vantaggi di favore, come è accaduto più che una volta.

Come carattere sentimentale sono molto sensibile e anche facile alla commozione: sotto una scorza ruvida batte un cuore tenero. Quale valore tipico del carattere sentimentale viene nominata l’intimità e come caratteristica la “Profondità e stabilità dei sentimenti”. Se non mi sento a mio agio tra le feste, gli entusiasmi, il baccano e le baldorie e mi considero piuttosto riservato, timido, poco espansivo e non molto comunicativo in pubblico, trovo la mia realizzazione piena nei rapporti personali, amichevoli con le persone. L’amicizia è un valore a cui ho dato sempre molta importanza nella mia vita, costruendo a tutte le età rapporti sinceri, profondi e durevoli nel tempo. Per me la vera amicizia, se è sincera, non finisce mai. Se tante amicizie si sono interrotte non è mai avvenuto da parte mia. Sono capace di sincera e profonda e durevole amicizia. Amo intensamente soprattutto da quando ho scoperto la centralità dell’amore nella vita.

Caratteristiche personali

Nella prima parte della mia autobiografia ho descritto la cronaca della mia vita, la strada che ho percorso, i luoghi dove ho vissuto e le principali occupazioni che mi hanno impegnato. In una parola: che cosa ho fatto.
Accingendomi a raccontare la mia vita intendevo soddisfare due desideri: rammentare anzitutto a me stesso la varietà di situazioni, di esperienze e di persone incontrate nella mia vita e secondariamente lasciare una memoria alle persone a me vicine perché avessero una visione più completa e reale della mia avventurosa esistenza. Ho pensato in particolare ai miei numerosi parenti e nipoti che non hanno alcuna conoscenza di dove e di come io ho vissuto, essendomi io allontanato dal mio paese e da loro già all’età di dieci anni.

In questa ultima parte intendo parlare di me in quanto persona, tentando di tracciare le mie caratteristiche personali, alcune inerenti alla mia natura come i tratti caratteriali, altre come doti sviluppate strada facendo, occasionate dalle circostanze della vita, dagli impegni ricevuti per obbedienza. La mia intenzione non mira ad esaltare la mia persona, ma a rendere grazie a Dio per avermi chiamato a seguirlo e a servirlo e per avermi fornito di particolari doni per farlo.