Comunicazione sconvolgente

Una comunicazione inattesa

Dopo aver ricevuto per la seconda volta il mandato di prefetto, avevo lavorato sodo. Nel settembre 2011 il rettore aveva espresso il desiderio di creare in biblioteca uno spazio per l’archivio dell’università, ormai fermo da diversi anni in quanto l’incaricato era ormai impegnato in un ufficio in Vaticano. Da un sopraluogo nel terzo magazzino, il Rettore aveva individuato due stanze abbastanza capaci che potevano essere indipendenti dalla biblioteca. Ci ingiunse di svuotarle spostando i libri in biblioteca.
Proposi e ottenni che le operazioni dovessero essere a carico del Rettore e che lo spostamento dei libri avvenisse assieme ad altre due operazioni: lo spolvero e il controllo dei libri, affinché anche la biblioteca ne traesse vantaggio. Furono così controllati e smistati in pochi mesi oltre 20.000 volumi. Il mio zelo mi fece lavorare anche alla sera dopo cena a smistare e spostare i libri, creare spazio e spolverare gli scaffali. Con il sudore in quel luogo fresco mi presi una polmonite che mi fece fare un mese di ricovero nell’infermeria. Continuavo comunque a seguire da lontano i lavori. Dimesso dall’infermeria ripresi normalmente il mio lavoro di ufficio.

Non molto tempo dopo ricevetti nel mio ufficio la visita inaspettata di un superiore maggiore che dopo avermi chiesto come stavo, subito dopo disse che il vero motivo della visita non era la mia salute, ma l’annuncio che tosto mi fece: “Il Rettore ti vuole cambiare”.
Fu un fulmine a ciel sereno e dallo shock, non riuscii a dire niente. Mi si disse essere già stata individuata una persona che sarebbe venuta ad assumere l’incarico di prefetto al mio posto. Quanto a me si davano due possibilità: o restare ad aiutarlo, oppure fare la scelta di andarmene. Dopo quello sconvolgente annuncio, mi aspettavo almeno una chiarificazione dal Rettore, visto che la decisione era partita da lui.
Il primo interrogativo che mi sorgeva spontaneo era: perché non me ne ha parlato personalmente? Si sarebbe potuto esaminare insieme la situazione e, se c’erano dei problemi, li si poteva discutere serenamente. La cosa puzzava di mistero e di torbido.

Ovviamente la notizia si riseppe, ma la situazione rimase per un po’ di tempo quieta. In un ulteriore colloquio con don F.C., il superiore che faceva la visita straordinaria, feci capire l’assurdità di quella decisione e insistetti perché venisse definito il mio ruolo. Per i primi di settembre venne rinnovato temporaneamente il mio incarico con la condizionante “fino alla nomina del nuovo prefetto”. Questa avvenne prima di Natale ed era retroattiva. A me non fu data più alcuna comunicazione sul ruolo che avrei avuto. Lascio immaginare i commenti e le perplessità da parte del personale della biblioteca, dei docenti e delle persone assennate.

Una decisione illogica e incomprensibile

Il nuovo prefetto, che sarebbe arrivato all’UPS a settembre, proveniva dal nord dove aveva appena terminato il suo compito come direttore di una scuola. Non aveva alcuna conoscenza di biblioteche. La logica avrebbe suggerito di affiancarlo ad una persona esperta per un paio di anni per prendere progressiva conoscenza della biblioteca e del suo funzionamento.
Ma il Rettore aveva deciso di accelerare i tempi: si preoccupò di iscriverlo subito alla Scuola di biblioteconomia, ma ciò avrebbe potuto concretizzarsi solamente per l’anno successivo in quanto le iscrizioni avvenivano entro maggio e la pubblicazione degli iscritti accettati verso metà luglio. Con evidente sorpresa il suo nome non appariva nell’elenco degli allievi accettati e nemmeno nella lista delle riserve. Venimmo a sapere anche di una lettera del Direttore della scuola vaticana di Biblioteconomia nella quale venivano date le motivazioni per la non accettazione del candidato: anzitutto l’età superata di almeno dieci anni (il limite era posto a 55 anni), inoltre venivano anche commentate negativamente le motivazioni apportate per l’iscrizione: le qualità possedute dal candidato non erano comunque sufficienti e adeguate per l’incarico previsto. No comment. Qualcuno, per di più anche di notevole autorità nell’ambito della biblioteconomia (Direttore della Scuola vaticana), aveva detto finalmente una parola chiara su una decisione a dir poco avventata. Con questa notizia, comunicatami un’ora prima della mia partenza per le ferie, partii  pensando alle complicazioni successive.

Dovevo andarmene

L’8 ottobre 2012 vengo invitato ad un colloquio con il Vicario del RM presso la casa generalizia. Non riuscivo ad intuire il motivo dell’incontro, ma il mistero venne subito svelato. Già alcuni mesi prima venivo invitato dal superiore locale a “cercarmi un’ispettoria”, cioè ad andarmene dall’UPS per poter rifare la convenzione. Questa volta invece mi si disse senza preamboli che veniva rinnovata la mia “obbedienza “ per un anno e poi avrei dovuto andare via dall’UPS, ma (bontà dei superiori!) avrei potuto scegliere tra alcune opzioni: ritornare alla mia ispettoria di origine (Circoscrizione Piemonte, oppure nel Veneto (per avvicinarmi ai miei parenti) oppure ancora nella Ispettoria di Piła, in Polonia, alla quale ero stato automaticamente iscritto quando i confratelli e le case della Russia erano stati spartiti tra le ispettorie polacche.

 

Colloqui inutili

Colloqui inutili  con i Superiori

Non riuscirete ad immaginare quale fu lo shock di questa comunicazione fatta con tutto candore dal superiore il quale motivava questa decisione per il disagio in cui si trovava l’attuale prefetto della biblioteca a motivo della mia presenza “ingombrante”. Io non gli avrei dato le consegne, continuavo a “comandare” come prima, non gli lasciavo spazio di azione.
Di fronte a queste “accuse” mi sentii ribollire e reagii, dicendo come era invece effettivamente la situazione: che la persona in questione, non reagiva ai miei stimoli e non si curava affatto della biblioteca, non aveva ancora preso visione della situazione e di tutta la sua complessità, che non sarebbe stato in grado di assolvere autonomamente questo importante compito che richiedeva molte specifiche competenze: conoscenze di biblioteconomia, informatica, lingue.

Mi disse con sconcertante ignoranza che non era al corrente di questi particolari e allora non sapendo come reagire, chiamò rinforzi invitando al colloquio anche don F.C., il superiore incaricato della formazione, il quale insistette che questa era la norma: dopo i settant’anni si poteva rinnovare l’incarico solamente di anno in anno. Anche lui fece insistenza sul mio allontanamento. Feci presente la mia competenza di tanti anni di lavoro e che il mio allontanamento avrebbe creati disagi ancor maggiori se non addirittura dei disastri, tanto più che era stato appena introdotto un nuovo programma di gestione, non ancora perfettamente funzionante. Le mie obiezioni non ebbero molto effetto sulle decisioni dei due superiori e allora chiesi di poter chiarire la questione con il Rettore dell’Università, convinto che le obiezioni per le difficoltà che io avrei creato, soprattutto con il personale, provenissero da lui.

Con il Rettor magnifico

Il giorno seguente ebbi un appuntamento con il rettore al quale per oltre un’ora esposi le mie opinioni, lamentando anzitutto il modo disumano con cui queste decisioni erano state prese: sulla base di qualche delazione non appurata, della mancanza di dialogo e di informazione con la persona direttamente interessata. Passai all’attacco denunciando anch’io la situazione pesante e la mancanza di comunicazione. Mi ripromisi di parlare io stesso con la persona dalla quale erano partite queste assurde richieste (il nuovo prefetto). Non avrei mai immaginato che potesse giungere a tanto.

Con il nuovo Rettor maggiore

Tornando un passo indietro, nell’aprile 2014 terminava il Capitolo generale. Sperando nella comprensione del neo eletto Rettor maggiore, al quale avevo fatto pervenire un dossier sulla biblioteca, chiesi di avere un colloquio con lui. Mi ricevette in modo molto sbrigativo, dicendomi che tutti i superiori (Rettor magnifico, superiore della visitatoria e anche il suo vicario) erano concordavano nel dire le stesse cose, cioè di mandarmi via dall’UPS, per cui dovevo seguire la loro decisione. Restai senza parole e allora dissi che, dopo tutto quello che avevo fatto, mi sentivo talmente demoralizzato che avrei voluto uscire dalla Congregazione oppure avere un periodo di riflessione per prendere una decisione. Si disse d’accordo per concedermi un anno sabbatico.

Con il nuovo prefetto

Il  Vicario del R.M., aveva inviato una lettera a me e per conoscenza anche al Rettore e al Prefetto della Biblioteca, e io desideravo commentarla assieme al Prefetto, visto che anche lui era cointeressato. Purtroppo, egli si rifiutò in modo assoluto di entrare in merito, pur avendogli inviato una mail il giorno dopo. Più volte ho insistito di potergli parlare, ma mi negò sempre la possibilità di un incontro e di un dialogo. Gli chiesi se gli avessero proibito di parlare con me. La risposta fu fin troppo chiara:  A me è stato detto di tenermi fuori, come ho fatto.

 

Ricerca di appoggio

Convinto che il mio allontanamento dalla biblioteca avrebbe recato molti danni (come già era facile vedere dalla situazione attuale) e che il motivo dei 70 anni era solo un pretesto facilmente superabile, cercai degli appoggi per risolvere la mia situazione e poter rimanere. Volentieri avrei voluto continuare a lavorare in biblioteca per la quale sentivo di avere una particolare propensione e, oltre l’esperienza, mi sembrava di possedere tutte le doti necessarie, cercai di avere pareri e appoggi da varie persone.

Mi rivolsi al card. F., ex Rettore dell’UPS e bibliotecario emerito di S.R. Chiesa, chiedendo il suo parere: devo insistere di rimanere o cedere e andarmene. Egli mi consigliò: “Resta, perché tu solo conosci bene la biblioteca”. Ma alla mia replica che ormai era già stato decretato il mio trasferimento, ha fatto un cenno che forse avrebbe tentato lui. E in effetti qualche tempo dopo mi telefonò dicendo che aveva incontrato in piazza san Pietro il Rettor maggiore con il suo vicario che gli avrebbero detto, essere io destinato a Torino ad un non ben precisato compito. “Mi dirai poi tu di che si tratta”.

Parlai ancora con il Rettor magnifico, da lui non sono mai riuscito a sapere le cause della sua decisione, se non una frase che sembrava un’ironia: “Certo che con te, perdiamo una competenza!”

Andai a parlare con il superiore della visitatoria, che mi disse solo parole di circostanza. Decisi di incontrarmi con tutti i decani delle facoltà ai quali, affidando un dossier sulla biblioteca, prospettai le conseguenze del mio allontanamento, ma nessuno si schierò dalla mia parte o mi propose nulla.

Infine, ottenni un lungo colloquio con l’Economo generale che conosceva bene tutta la situazione: aveva letto coscientemente tutto un dossier sulla biblioteca che gli avevo inviato. Mi ascoltò con attenzione, appoggiò le mie giuste obiezioni e mi chiese scusa di come ero stato trattato dai superiori. Mi confidò che all’UPS, dopo il fallimento della nomina di un salesiano non competente, pensavano di affidare la biblioteca ad un esperto esterno. Risposi profeticamente che per me sarebbe stata una soluzione che avrebbe creato diversi altri problemi soprattutto nei rapporti con il personale e con i docenti. Anche se si fosse trattato di una persona competente, non avrebbe potuto inserirsi in un ambiente per lui estraneo, come avrebbe potuto fare un salesiano.

Ultimo tentativo inutile di colloquio con il “prefetto, avvenne pochi giorni prima della mia dipartita, fissata il 30 giugno. Sapendo in quali difficoltà si trovava, Intendevo offrirgli fraternamente un aiuto su questioni urgenti che mi avrebbe sottoposto. Mi fece avere un biglietto il giorno dopo con un elenco di domande alle quali era impossibile rispondere in breve tempo. D’altra parte egli aveva avuto due anni di tempo per farmele.

 

Quale decisione?

Dove andare?

Il mio compito come bibliotecario era terminato. Dai Superiori, impazienti di togliermi dai piedi, venivano insistenti sollecitazioni affinché indicassi la scelta della mia destinazione. Ora ero davanti alla scelta di andarmene: ma dove? Mi erano state presentate tre proposte: tornare in Russia (ora Polonia), rientrare nella mia ispettoria di origine (Piemonte) oppure avvicinarmi ai miei familiari (Nord est). Nessuna di queste proposte mi convinceva e allora scelsi il ritorno in Piemonte.
Senza molta convinzione, indicai l’ispettoria di origine, il Piemonte. E così mi arrivò la lettera ufficiale di obbedienza che mi invitava a tornare al Nord da dove ero sceso a Roma nel 1986. Da allora erano passati trent’anni. Presi contatto con l’ispettore che non conoscevo e mi incontrai con lui a Roma. Gli raccontai la mia storia e anche lui mi disse che, non conoscendomi, non sapeva quale proposta farmi. Gli dissi che intendevo usufruire della concessione fattami dal Rettor maggiore di prendermi un anno sabbatico e che avrei voluto trascorrerlo a Roma. Il motivo era che intendevo portare a termine un mio lavoro sulle lingue per il quale avrei avuto bisogno di consultare biblioteche che conoscevo.

Perchè non in Moldavia?

A giugno (7-13) avevo partecipato agli Esercizi spirituali a Loreto, dove feci conoscenza con alcuni confratelli provenienti dal Veneto e in particolare con don Livio Mattivi, trentino, proveniente dalla Moldavia. Egli, sapendo che ero stato in Russia volle conoscermi e, saputo della mia indecisione per il futuro, mi rivolse l’invito ad andare a vedere la nostra opera di Chişinău, dove la mia conoscenza di russo poteva essere utile. Mi organizzai per andarci a vedere dal 13 al 17 ottobre. Trovai una piccola comunità di 5 persone, 4 italiani e un polacco. Parlai a lungo con il direttore cercando di immaginarmi un possibile inserimento in questa comunità. Avrei potuto ripetere la mia esperienza russa, dedicandomi al settore delle comunicazioni, creando gli strumenti per rendere più visibile l’azione dei salesiani in Moldavia: sito web, un bollettino, pubblicazione di libri (recuperare i libri russi stampati a Gatchina), ecc.
La casa era ancora in stato di sistemazione: esisteva una fiorente attività di oratorio, una piccola comunità-famiglia dove erano raccolti una dozzina di ragazzi poveri e si stava terminando l’allestimento per alcuni laboratori (saldatori, informatica, taglio e cucito) per la scuola professionale.
Felice combinazione: si celebrava in quei giorni la festa della Madonna del Soccorso, patrona della città. Partecipai in cattedrale alla solenne liturgia presieduta da mons. Galantino, segretario della CEI, e dal vescovo locale mons. Koša, una liturgia plurilingue dove oltre l’italiano e il latino, risuonava anche il romeno, il russo e il polacco.

Dopo la messa, durante un buffet feci la conoscenza (incredibile!) con un mio secondo cugino Lorenzo. Prima di partire mons. Galantino venne a visitare il centro salesiano benedicendo i locali. L’ultimo giorno noi ospiti fummo accompagnati da un prete rumeno che ci faceva da interprete, a visitare le cantine sotterranee che si estendevano dentro la collina per 50 km.

Castelgandolfo

Anno sabbatico

Piazza di Castel Gandolfo con la facciata del Palazzo apostolico

Dopo il colloquio con il Rettor maggiore, che mi concedeva un anno sabbatico, chiesi al superiore del Piemonte se l’anno sabbatico potevo trascorrerlo a Roma per i motivi detti sopra. Non sapendo per ora dove collocarmi, si disse d’accordo e allora mi presentai all’Ispettore dell’Italia Centrale chiedendo se mi permetteva di dimorare al sacro Cuore, vicino alla stazione Termini e anche poco distante dalla Biblioteca nazionale. Lasciai a lui la decisione e mi propose di andare a Castel Gandolfo perché là occorreva un prete per celebrare messe. Accolsi la proposta e il 1° ottobre 2015, accompagnato in furgone da don Suffi, mi trasferii a Castel Gandolfo.

Nella parrocchia pontificia di Castel Gandolfo

Chiesa di s. Tommaso da Villanova e accanto l’abitazione della comunità salesiana

Eccomi nella residenza dei papi di Castel Gandolfo, precisamente nella parrocchia gestita dalla comunità dei Salesiani. Mi riceve il direttore don Pietro Diletti e gli altri tre confratelli (D. Gesuino, D. Giorgio e il sig. Pasquale). La chiesa parrocchiale dedicata a s. Tommaso da Villanova si trova alla destra sulla piazza prospiciente il palazzo apostolico e la nostra abitazione nel palazzo accanto alla chiesa. Mi propongono una stanzetta situata dall’altra parte dell’edificio che ha accesso alla terrazza con un magnifico panorama sul lago e sulla parte opposta del lago si vede Rocca di Papa e il monte Cavo.

Castel Gandolfo visto dall’altra parte del lago

La parte storica del paese è collocata sul costone (alto fino a 400 m) che separa il lago dalla piana che si estende a vista d’occhio fino al mare. Gran parte dell’abitato è occupato dal palazzo apostolico e dalle ville pontificie che si estendono per circa 2,5 km. fino ad Albano. Dal lato verso il lago scende la strada che incontra, a metà costa, la stazione ferroviaria e, raggiunto il lago, prosegue verso sinistra costeggiando il lago per risalire sulla parte opposta verso Rocca di Papa, monte Cavo o verso Nemi.

Santuario della Madonna del lago

La comunità gestisce tre luoghi di culto: la parrocchia di s. Tommaso (due messe al giorno), la chiesa di Maria Ausiliatrice fatta costruire da Paolo VI nel nuovo quartiere residenziale (messa quotidiana serale) e il santuario della Madonna del lago (messa domenicale).
A me vengono affidate invece due comunità delle FMA: il noviziato internazionale e la casa di Esercizi “Santa Rosa” gestita da alcune suore anziane. Quotidianamente celebro al mattino (ore 7 e 7,30) due messe per le due comunità, poi la mia giornata è libera.
La domenica celebro una messa o in parrocchia o nella chiesa del nuovo quartiere. Ogni settimana vado a fare la spesa con don Gesuino e alla sera preparo la cena per tutta la comunità. Il resto del tempo lo impiego occupandomi del completamento del mio libro sulle lingue, destinato ai bibliotecari. In esso descrivo la storia e faccio una breve presentazione della grammatica di una quarantina di lingue.

Vista sul lago e Monte Cavo con Rocca di Papa
Celebre abazia di Grottaferrata

Purtroppo, pur avendo di fronte Monte Cavo con tutte le antenne, e nel borgo ci fosse internet gratuito, le comunicazioni erano molto scarse e il lavoro in internet piuttosto difficoltoso. Anche se con fatica riesco a portare avanti il lavoro, ma trovo anche il tempo per curare la mia salute: una serie di applicazioni per la cervicale da un chiropratico e ogni giorno una camminata, scendendo verso il lago e risalendo l’erto sentiero. Sono riuscito anche a fare un paio di volte il giro di 9,5 km attorno al lago.
Con chi veniva a trovarmi mi spostavo fino a Nemi, un paesino caratteristico, come Castel Gandolfo, che si affacciava sul lago omonimo, per visitare il museo delle navi romane sprofondate all’epoca dell’imperatore Caligola. Estratte ingegnosamente dal lago nel 1929 erano state collocate in un museo appositamente costruito per conservarle. Dopo un incendio che le aveva distrutte, ora si potevano vedere dei resti e delle ricostruzioni. Passando per Genzano, entravo nel cimitero per far visita ai salesiani defunti dell’UPS, sepolti nella tomba della famiglia Iacoangeli. Ebbi anche occasione di visitare la celebre abbazia greca di Grottaferrata.

Eventi vari

Campo scout di specializzazione: pronti a partire!

Anche quest’anno sabbatico no fu privo di eventi. Dal diario nel computer su cui tenevo nota dei principali avvenimenti, riesco a ricostruire alcuni momenti significativi. La distanza di Castel Gandolfo da Roma di circa 25 km poteva essere coperta con 40 minuti di treno, per cui sovente quando avevo necessità o motivi sufficienti raggiungevo la città. Gli scout non avevano voluto perdermi e mi avevano ingaggiato per i campi di specializzazione e così in giugno (2015 e anche 2016) partecipai al campo mobile di specializzazione Sherpa che passava da Roviano, Riofreddo e Vallinfreda. Al secondo campo parteciparono una trentina di ragazzi/e da tutta Italia.

Corso di informatica

Prima dell’estate avevo fatto un corso per impratichirmi meglio del programma WordPress che mi insegnava la costruzione di un sito internet. Avevo seguito precedentemente un corso online su Joomla, dove avevo un po’ di pratica avendo gestito il sito della biblioteca, creato appunto con Joomla, ma poi diverse persone mi consigliavano WordPress come un programma più diffuso e semplice. Con esso ho costruito il sito sulla storia della mia famiglia che sognavo da tanto tempo: il sito è visibile al seguente indirizzo: tabarelli.altervista.org/ costruito in 4 lingue. Ma in questo momento è ancora da completare.

Un altro evento da segnalare è stata la celebrazione del 25° della fondazione di URBE, organizzato con un convegno presso la università Urbaniana il 9 giugno. Non si voleva fare una rievocazione storica, ma solamente degli interventi teorici e generici sulla collaborazione tra biblioteche. Un incidente di percorso fu l’intervento della dott.sa Tiziana Possemato che, rievocando gli inizi di questa storia, ha osato citare il mio nome, per giustizia storica, nonostante le proteste dei dirigenti. Un intervento che mi è molto piaciuto fu quello del padre Ermes Ronchi, dei Servi di Maria.

Visita a Torino

Il gruppo MASCI celebra 30 anni di fondazione

Anche gli scout di Torino non si dimenticarono di me e a fine settembre 2015 il gruppo del MASCI (Adulti scout) da me fondato, celebrava 30 anni di fondazione e, ovviamente, insistettero per avermi con loro. Ci andai volentieri, sia per rivedere vecchi e indimenticabili amici, sia per prendere contatto con il mio legittimo superiore al quale avevo richiesto un secondo anno sabbatico per via di mio fratello. Il MASCI l’avevo fondato nel 1984 per rispondere al desiderio di alcuni genitori degli scout che desideravano far anche loro simili esperienze. Ora quei genitori sono diventati nonni, ma il gruppo qualche anno fa si è rinnovato con l’ingresso dei capi di allora ringiovanendo il gruppo. Per me è stato un ritorno ai tempi in cui ero attivo assistente scout del gruppo Leumann. Ho passato con loro una bella serata. Ero ospite della parrocchia salesiana di Cascine Vica.

Sul posto ho approfittato anche per far visita alle “mie” Carmelitane di via Bruere e per dare uno sguardo all’edificio della ex-Elledici, in parte demolito e il corpo principale trasformato in un ospizio per anziani. Un giorno l’ho dedicato a recarmi a Valdocco per visitare don Bosco nella Basilica di Maria Ausiliatrice e per incontrarmi con l’Ispettore. Gli chiesi che cosa aveva in mente di affidarmi nel caso io tornassi a Torino. Mi fecero visitare i sotterranei del cortile di Valdocco a vedere il deposito di libri che avevano intenzione di affidarmi. Incontrai tanti amici che non vedevo da anni. Non mancai anche di andare a trovare i confratelli “malati” a Valsalice, dove trovai due miei compagni di noviziato, il sig. Rocchi e don Lonardi. Ripartii alla volta di Roma, pieno di ricordi e di impressioni, ma con l’idea che Valdocco non facesse per me.

Padre Angelo

Mio fratello P. Angelo festeggia con i suoi confratelli 60 anni di sacerdozio.

Per il 29 giugno 2015 raggiunsi la Sicilia, dove mio fratello p. Angelo dei Venturini festeggiava i 60 anni di sacerdozio. Gli unici rappresentanti dei parenti ero io assieme alla nipote Franca della Germania. In quell’occasione l’arcivescovo di Messina e la comunità parrocchiale di San Sebastiano davano anche l’addio alla comunità dei Venturini che lasciavano la Sicilia per essere trasferiti a Roma nella parrocchia di san Cleto. Questo fu anche il motivo per cui io mi sentii in dovere di chiedere un altro anno sabbatico proprio per stare vicino a mio fratello sacerdote, sostenerlo in questo traumatico cambio e per conoscerlo meglio. P. Angelo era un fratello che conoscevo troppo poco: lui era entrato dai Venturini nell’anno in cui io nascevo. I nostri contatti sono stati sempre sporadici: ci vedevamo solo occasionalmente presso i nostri familiari, ma sempre per breve tempo. Io andavo ad alloggiare a Coredo da una sorella e lui a Faedo da un fratello.

I solenni funerali di p. Angelo presieduti dall’arcivescovo di Messina.

Dopo aver svolto per 46 anni il suo impegno pastorale in Sicilia, viveva come una grande sofferenza il suo trasferimento a Roma, dove non conosceva nessuno e si sentiva inutile per i suoi acciacchi di salute. Diverse volte ho potuto andare a trovarlo e a parlare con lui da sacerdote a sacerdote. Così ci siamo conosciuti anche a questo livello. Anziano e malato, aveva chiesto invano al suo superiore generale di poter tornare in Sicilia per morire ed essere là sepolto. Dietro le sue insistenze, il nuovo superiore, eletto nel loro capitolo generale nel luglio 2016, gli diede il sospirato permesso e il 3 novembre fu accompagnato in Sicilia, e sistemato in una casa di riposo per anziani a Barcellona di Messina.
Nei pochi mesi in cui visse fu circondato da amici e assistito amorevolmente. Colpito da una broncopolmonite rese la sua anima a Dio il 10 marzo 2017. Dopo una lunga veglia funebre, i funerali furono celebrati con la partecipazione di oltre 100 sacerdoti e 1500 fedeli, dall’arcivescovo di Messina. Presenti anche una quindicina di noi parenti, venuti dal Trentino: sorelle, fratelli e diversi nipoti. Il funerale è stato un trionfo e ha dimostrato quanto p. Angelo fosse amato e stimato.

Nuova proposta

Cambio di rotta

A Castelgandolfo avevo continuato il mio solito servizio liturgico per tutto il mese di luglio 2016, celebrando la messa per le madri del Consiglio generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, raccolte nella casa di Santa Rosa.

Nel mese di agosto, passato per motivi di salute al mare, mi si acuì un forte attacco di sciatica che mi fece decidere dall’insistere per la mia destinazione in Moldavia. Anche l’ispettore del Veneto aveva da parte sua delle riserve e dei dubbi sul mio inserimento a Chişinău. Restavo così ancora molto incerto sulla mia futura destinazione e aspettavo un segnale dalla Providenza. Continuavo intanto a fare periodicamente visita a mio fratello p. Angelo presso la parrocchia s. Cleto di Roma nella zona di San Basilio. Ebbi dei colloqui molto profondi e personali riguardanti la mia vita di religioso e di sacerdote. Gli manifestai anche la mia indecisione per gli anni futuri.

Un segno dalla Provvidenza

Tipico paesaggio toscano

La Provvidenza mi inviò un segnale chiaro. Il 15 settembre era per me una data storica che mi ricordava nel 1951 l’ingresso nell’aspirantato salesiano di Penango all’età di 10 anni. Ebbene proprio in questa data significativa ricevetti una telefonata da un mio confratello che mi invitava ad un incontro presso l’università del Laterano. Mi si faceva una proposta seria: un aiuto nella diocesi di Montepulciano. Il 6 ottobre feci visita al vescovo: esposi con semplicità la mia storia e lui mi propose il servizio di viceparroco nella parrocchia dei ss. Martino e Costanzo di Torrita di Siena, per affiancare un parroco anziano e malato di Parkinson. Dopo aver ricevuto il permesso di “absentia a domo” per un anno dal mio superiore del Piemonte, attesi ancora la partenza ormai imminente di mio fratello p. Angelo per la Sicilia, dove fu accompagnato dai suoi confratelli, diretto verso la sua nuova destinazione il 3 novembre. Pochi giorni dopo, il 10 novembre partii anch’io per Torrita di Siena, la parrocchia alla quale ero stato destinato.

Dopo un anno passato a Torrita, non vedendo alcuna soluzione in prospettiva, mi appellai al Diritto canonico (can. 693) chiedendo ed ottenendo l’indulto di temporanea exclaustrazione per l’inserimento ad experimentum per 5 anni nella diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza con decorrenza dal 31 gennaio 2018.

Torrita di Siena

Esperienza di parrocchia

Visione del centro storico di Torrita di Siena.

Questa mi mancava proprio: esperienza di parrocchia. In tutta la mia vita come prete sono sempre stato un jolly inviato in aiuto da una parrocchia all’altra, sostituendo i preti impediti. Durante la mia permanenza a Roma ero andato diverse volte a Natale e a Pasqua in Sardegna in diverse parrocchie come aiuto pastorale. Altrettanto facevo in seguito in Trentino, aiutando il parroco di Coredo ai Santi, Natale e Pasqua. Da novembre 2016 invece sono per alcuni anni in una parrocchia della diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza in Toscana.

Da Castel Gandolfo a Torrita di Siena

Molti, incuriositi per il mio accento non proprio toscano, si sono chiesti: Come è capitato da queste parti? Lo hanno mandato in castigo? Anche per me la storia mi è sembrata curiosa, non combinata, ma occasionata o meglio provvidenziale, poiché secondo me nulla avviene per caso.
Mi trovavo a Castel Gandolfo dove terminavo il mio secondo anno sabbatico. Avrei dovuto rientrare in ispettoria nel Piemonte, dopo aver rinunciato alla proposta di andare in Moldavia a causa dei ripetuti attacchi di sciatica. Nell’incertezza della mia prossima destinazione, un giorno, era il 15 settembre, ricevo una telefonata dal Laterano: d. Manlio mi invita ad incontrarlo per farmi una proposta seria. Ero curioso di sapere che tipo di proposta mi avrebbe fatto. Lui era parroco ad Abbadia di Montepulciano e mi disse che poteva mettermi in contatto col vescovo per aiutare in una parrocchia. Tre giorni dopo accolsi la proposta e il 6 ottobre fui accompagnato a Montepulciano dal Vescovo il quale, dopo aver letto il mio curricolo e sentita la mia storia, mi propose di aiutare un parroco molto anziano e malato di Parkinson. Il 22 ottobre 2016 il vescovo mi accompagna a Torrita di Siena e mi presenta a don Valentino Vannozzi, parroco da quasi 50 anni nella parrocchia alta del borgo storico. L’incontro con l’anziano prete non fu particolarmente cordiale. Parlava con difficoltà e stentava a camminare. Lo rassicurai che non ero lì per sostituirlo, ma solo per aiutarlo e chiedevo a lui consigli per rendermi utile. Mi sembrava imbarazzato e ripeté molte volte che chiedessi al vescovo cosa dovevo fare. Gli rispondevo che ero a sua disposizione. Mi fermai lì due giorni: sabato e domenica e poi  ripartii per Roma.

Nei giorni seguenti ebbi la fortuna di trovare l’occasione per acquistare una macchina in buono stato una Punto che ha anche l’impianto a GPL. Risolte le pratiche per il passaggio e l’assicurazione, mi recai in Trentino per salutare i miei familiari e per prestare aiuto delle confessioni per i giorni dei morti. Prima di rientrare a Roma potei anche assistere, il 7 novembre, all’ingresso del nuovo parroco di Coredo-Smarano-Sfruz e Tavon e fare la sua conoscenza. Il 3 novembre mio fratello P. Angelo era stato accompagnato in Sicilia.

Ritornai a Torrita in macchina il 10 novembre portando con me poche cose essenziali. Mi sistemai nella casa parrocchiale al secondo piano, nell’appartamento che mi aveva indicato il parroco e il vescovo: trovai la cucina sgombrata perché don Valentino si era trasferito al primo piano. Visto il frigo vuoto, per prima cosa andai a fare la spesa per avere qualcosa da mangiare. D’ora in avanti avrò anche questa necessità: fare la spesa, cucinare e tenere in ordine la cucina. L’appartamento era stato occupato anni prima dalle suore stimmatine: c’erano tre camerette, due bagni, la cucina, sala da pranzo e alcuni ripostigli. Io occupo una cameretta, al termine del corridoio e il bagno attiguo. Le altre due camerette e il relativo bagno in mezzo sono a disposizione di eventuali ospiti.

Panorama sul paesaggio dalla finestra del soggiorno

Dalla cucina ho l’unica finestra che mi fa godere un bel panorama. La finestra della mia camera guarda il muro della chiesa, ma al mattino fa penetrare di traverso un raggio di sole. La cameretta è arredata con l’essenziale. Mi sono fatto portare un tavolino un po’ più grande per poterci trasferire il computer che, da questo piano, prende meglio.

Il parroco

Mons. Valentino Vannozzi

Quando il vescovo me lo presentò mi disse che era un parroco-contadino che fino a pochi anni fa andava sul trattore a coltivare i campi. In questi quasi  cinquant’anni di parrocchia è sempre vissuto da solo. Vuol fare tutto da sé e non condivide niente con nessuno. Era abituato a comandare e la sua parola era sempre l’ultima, quella che decideva autorevolmente ogni questione. Nel giro degli anni gli furono dati in aiuto diversi viceparroci, ma lui li ha sempre mandati via tutti dopo poco tempo e non ha mai voluto nessun aiutante. Ora, anziano (84 anni) e malato di Parkinson, stenta a camminare, biascica le parole e la gente si lamenta che non riesce a capirlo quando celebra o predica. Effettivamente anch’io pur standogli a fianco, non riuscivo a capirlo. Lui ha però una enorme forza di volontà e vuole andare avanti da solo, desiderando arrivare al 60° di ordinazione, prima di dare le dimissioni.

Comprendendo la sua situazione e il suo disagio, l’ho rassicurato che non ero venuto a sostituirlo, non avevo alcuna intenzione di diventare parroco, ma che avrei voluto imparare da lui, non avendo alcuna esperienza pastorale. Accettava che io concelebrassi con lui, ma non mi ha mai ceduto la presidenza. Alla solenne messa di mezzanotte a Natale, mi disse senza complimenti: “Non si concelebra” per cui me ne dovetti stare buonino alle sedi e lo aiutai solo a distribuire la comunione. In seguito mi indicava le messe da celebrare la domenica: la prefestiva del sabato, quella delle 8 al mattino, ma poco alla volta mi affidò anche quella delle 11,15, riservando a sè solo quella serale delle 18. Non comunicava quasi mai direttamente con me, ma gli ordini li ricevevo di solito tramite il sacrestano. Il più delle volte mi toccava celebrare i funerali, per cui nei primi mesi ne celebrai una ventina. Dopo qualche mese continuava ad insistere perché io chiedessi al vescovo che cosa dovevo fare. Gli feci presente che gli incarichi avrei dovuto riceverli da lui che era parroco e non dal vescovo. Il vescovo mi diede alcune indicazioni generiche per accontentare l’arciprete.

Nomina a vicario parrocchiale

Effettivamente mi mancava la nomina ufficiale. Il vescovo aspettava il permesso del mio superiore che io avevo ricevuto ancora a novembre, ma ero convinto che il vescovo ne avesse ricevuto copia. Chiarito l’equivoco, gli feci avere copia del permesso di “Assenza dalla casa religiosa per un anno” e dopo pochi giorni mi arrivò dal vescovo la nomina a vicario parrocchiale datata dal 1. Febbraio 2017. Da questa data scattava anche l’assegno per il sostentamento del clero. Questo mi fece sospendere l’Assegno sociale che negli ultimi anni ricevevo dall’INPS.

Malattia e fine del parroco

Processione del Venerdì santo.

Dopo qualche mese dal mio arrivo, ho visto dei miglioramenti nella malattia di don Valentino. Forse la mia presenza e qualche medicina lo ha spronato a riprendersi un po’. Non usava più il bastone e riusciva a camminare più speditamente. Ma erano solo illusioni. La settimana santa era molto preoccupato per l‘organizzazione della processione del venerdì santo con il Cristo morto, detta “la bella” che si faceva ogni quattro anni, con 8 comparse in costume, i cavalli e tutta la gente del paese. Nel consiglio pastorale siamo riusciti a convincerlo ad invitare l’altro parroco (Torrita stazione) a presiedere la processione. Per lui questa preparazione fu l’ultimo sforzo. Era molto sofferente e la mattina del sabato santo fu ricoverato all’ospedale per accertamenti. Furono scoperte diverse metastasi che indicavano una drammatica situazione senza ritorno. Volle essere riportato a casa, ma si capì che non poteva stare solo. Il 20 maggio chiese lui stesso di essere portato in casa di riposo di Sartiano, dove resistette per una decina di giorni, ma poi chiese che lo si riportasse a casa, e si cercasse una badante per assisterlo. Fummo fortunati a trovare una signora ucraina paziente che lo assistette amorevolmente fino al suo decesso avvenuto la mattina del 27 giugno. Il giorno seguente ebbero luogo le esequie presiedute dal vescovo e partecipate da 25 sacerdoti. Don Valentino è stato un grande parroco legato alla storia e alla vita di questo paese per quasi cinquant’anni.

Nuove abitudini

La prima impressione del mio nuovo stile di vita fu la solitudine. Sono letteralmente solo e ora che il parroco non c’è, ancora di più. Non vedo più gente attorno a me. La vita non è più regolata da ritmi comunitari, da orari, da campanelli. Me la devo costruire io di giorno in giorno, fissandomi degli orari di massima, distribuendo il tempo tra preghiera, studio, impegni e lavoro. Vanno inclusi anche i tempi per fare la spesa, per cucinare, lavare le stoviglie, pulire e tenere in ordine l’appartamento. Devo pensare anche alla biancheria, dove lavarla, ecc.

Presenza discreta come osservatore

La mia presenza in parrocchia era discreta, non invadente: facevo quello che mi era stato suggerito. Cercavo anzitutto di imparare, osservare, di essere presente alle lezioni di catechismo la domenica, vedendo quello che veniva fatto. Appoggiavo l’iniziativa dell’Oratorio, proposto spontaneamente da un gruppo di insegnanti. Mi informavo sulle attività che venivano organizzate dalle varie associazioni che man mano venivo scoprendo.

Nella piazza principale in attesa della sfilata.

Dico scoprire, perché non ci sono informazioni e comunicazioni. Girando per le stradine del borgo trovo non solo le chiese, che sono una decina, ma anche le insegne delle contrade, legate alle “porte” del borgo (Porta Gavina, Porta a Pago, Porta a Sole, Porta Nuova), ciascuna con le loro bandiere, i loro colori e le loro uniformi, le loro sedi. Scopro tante associazioni, Accademia degli Oscuri, Centro turistico, la Misericordia, le Acli, Associazione Sagra san Giuseppe diventata poi la folkloristica manifestazione del Palio dei somari, con le sfilate storiche in costume, gli sbandieratori, le clarine, i tamburini, società musicali, la banda, il coro parrocchiale, sportive: società di tamburello, associazione moto e auto d’epoca, tante iniziative culturali: la biblioteca comunale, la biblioteca parrocchiale, settimana del libro, “memorie di carta”, archivi, mostre, ecc.

Vita di parrocchia

Concelebrazione con il vescovo e il parroco per la cresima nel nov.  2016.

La vita della parrocchia è ritmata dalla liturgia e dalle attività pastorali: feste e tradizioni, funzioni, sacramenti, catechismi, prime comunioni, Cresime, oratorio. Le cresime furono amministrate a novembre, quando io ero appena arrivato. Le prime Comunioni o dovuto celebrarle io nella festa di Pentecoste il 4 giugno, essendo il parroco già molto malato. La domenica dopo, festa del Corpus Domini, ho portato il santissimo per le vie del paese nelle quali erano state allestiti tappeti di fiori con molta fantasia. Anche qui dovevo accontentarmi di venir a sapere nella imminenza delle circostanze quali erano le usanze, le cose da fare, da coordinare. Il parroco non aveva alcun dialogo con me, non mi spiegava nulla e io non ero invadente o curioso di sapere.

Comunicazioni

Trovando difficoltà nell’essere informato per tutte quelle manifestazioni, ho dedotto che mancavano degli strumenti di informazione sia in paese che in parrocchia. Ho trovato in biblioteca un notiziario pubblicato dal 1936 agli anni 60 e ho pensato di farlo risuscitare in un formato moderno. La mia esperienza passata (Russia e biblioteca UPS) mi venne in aiuto e ho progettato un Notiziario parrocchiale, il cui primo numero è apparso il 15 marzo 2017, poi pensavo di realizzare un sito web.  Nonostante lo scoraggiante commento dell’arciprete (“Qui nessuno legge!”) ho fatto il tentativo stampandone 800 copie e distribuendolo direttamente durante la benedizione delle famiglie. Ho raccolto decine di indirizzi di posta elettronica ai quali inviai i successivi numeri, fino all’ultimo di addio giugno 2020.