Roma UPS

Dalla LDC all’UPS

Come incaricato delle comunicazioni sociali dell’Ispettoria piemontese partecipavo ogni anno a diversi incontri con gli altri colleghi incaricati ispettoriali e con esperti. Uno di questi era don Franco Lever che lavorava all’UPS in un Centro della Comunicazione sociale. Con lui, trentino come me, entrai in una certa familiarità. Egli era venuto a conoscenza della mia attività a Leumann e da me riceveva tante informazioni che io avevo raccolto soprattutto per il Centro di documentazione audiovisiva. Inoltre poteva avere da me diversi materiali soprattutto per quanto riguardava le registrazioni: nastri magnetici, adesivi per il taglio e il montaggio dei nastri, bobine, cassette, ecc.

Un giorno mi fece la proposta di andare a lavorare con lui a Roma. Io dissi che non dipendeva da me, ma se lì avessi potuto lavorare di più, ci sarei andato. Fu così che nel giugno 1986 ricevetti da don Giannatelli, allora Rettore dell’UPS, un invito ufficiale. Ricordo che lo meditai durante gli Esercizi Spirituali, fatti sopra Lanzo nella casa della diocesi, in compagnia di don Medico, un parroco mio amico, appassionato di audiovisivi. Gli esercizi erano dettati dal card. Ballestrero e io li registravo con un registratore professionale con l’intenzione di pubblicare poi un libro per la LDC.

La proposta di andare a Roma divenne concreta e operativa con una convenzione tra le due ispettorie (ICP e UPS) e il mio direttore don Angelo Viganò mi lasciò andare, rifiutando però la mia proposta di ritornare di tanto in tanto a proseguire il mio lavoro nel campo musicale che venne invece affidato ad altra persona.

10 ottobre 1986, dopo 16 anni di attività a Leumann, ricevo l’Obbedienza per Roma UPS.

Mi affrettai a terminare i mixaggi dei canti della Casa del Padre, che mi avevano impegnato per ben due anni. Lavorando tutta la notte imballai la mia roba in tanti scatoloni che sarebbero poi stati portati a Roma dai corrieri della LDC. Portai via le cose essenziali, ma utili anche al mio futuro lavoro nel campo audiovisivi. Lasciai a malincuore la LDC, ma d’altra parte anche con un po’ di esasperazione per la situazione che si era venuta a formare causa B.B. con tutte le sue pretese (un imbuto che si allargava sempre più verso l’alto).

Arrivato a Roma, era da poco cambiato il Decano della facoltà di Scienze dell’Educazione, il quale non essendo stato informato del mio arrivo, fece qualche difficoltà al mio inserimento nel settore previsto. Negli stessi giorni veniva a mancare don Benotto che era impegnato in biblioteca. Egli desiderava tornare a Torino per questioni familiari.

Lezioni di tecnica audio

Avvenne così che, dopo aver fatto per circa un mese delle lezioni sulle registrazioni e il montaggio sonoro presso l’ISCOS, con un tipico scherzo da preti, fui destinato alla biblioteca. Non era questa la proposta che mi avevano fatto.

Tessera della Scuola Vaticana di biblioteconomia

 

 

 

Dopo tre anni di permanenza all’UPS, avrei dovuto rientrare nella mia ispettoria. Da parte dell’UPS mi si offriva di diventare prefetto della Biblioteca. Chiesta la consulenza a don Viganò Angelo, che nel frattempo era diventato Ispettore della Ispettoria Centrale, gli misi davanti l’alternativa, chiedendogli che cosa lui avesse da offrirmi: riflettendo mi disse di stare a Roma. Solo un mese dopo mi arrivò una richiesta da parte di Radio Incontri del Rebaudengo per l’incarico di vice-direttore. Troppo tardi. Fu rinnovata la convenzione tra le due ispettorie per altri 3 anni, e dopo alcuni anni di apolidismo, venni finalmente incardinato nell’UPS. Lavoravo senza risparmiarmi, a tempo pieno, in biblioteca, impegnandomi sempre a fianco di don Szczerba e sostenendolo nella sua insicurezza, che non era soltanto linguistica.

[1]  Vedere più avanti la realizzazione di URBE.

Bibliotecario a Roma

Da tecnico audio a bibliotecario

Mia caricatura fatta da d. Piero Stella

Non era proprio questo il lavoro che avrei dovuto fare. Feci buon viso a cattiva sorte e iniziai a lavorare in questo nuovo settore affiancandomi al pro-prefetto don K. Szczerba. Il rettore stesso, don Giannatelli, gestiva la biblioteca per la quale si progettava da tempo una nuova costruzione, decisa infatti pochi anni prima dal Senato accademico. Si parlava di piani e di progetti. Poco alla volta acquistai la visione della situazione ed elaborai un piano di riorganizzazione del lavoro in biblioteca. Con un chiaro organigramma suddividevo le responsabilità, valorizzavo le persone, e organizzavo il lavoro chiarendo l’iter del libro nelle sue diverse fasi di lavorazione. Acquistai così la fiducia del Rettore. La mia competenza cresceva non soltanto per il mio impegno di lavoro, ma anche perché, dopo due anni di lavoro pratico in biblioteca, mi iscrissi alla scuola di Biblioteconomia Vaticana che frequentai con profitto per un anno intero ottenendo un diploma di biblioteconomia che completava in modo sistematico la mia esperienza pratica.
Alla prestigiosa scuola imparai non soltanto la gestione della biblioteca come ordinamento generale e servizi di biblioteca, ma appresi anche nozioni di bibliografia e bibliologia, di storia del manoscritto e del libro, la teoria e la tecnica della catalogazione e della classificazione, nozioni di patologia del libro, di informatica applicata ecc., insomma tutto quanto deve sapere chi è chiamato a svolgere la professione di bibliotecario.

Consideravo la biblioteca un bene culturale accessibile a tutti. Per questo aprii le porte anche a studenti esterni all’università, attirandomi le maledizioni e l’ostruzionismo occulto di molti professori, cosa che sfociò poi nella proibizione di accesso agli esterni a cui reagii con la decisione di dare le dimissioni.

Volentieri mi prestavo per visite guidate agli studenti dell’UPS, agli allievi della scuola di biblioteconomia, a scuole e personaggi. Accettavo inviti a presentare la biblioteca nelle varie facoltà e sovente ebbi modo di dare consulenza anche a diverse biblioteche esterne.

Diploma di biblioteconomia

Intendevo una biblioteca aperta a tutti, ma anche in collegamento con realtà simili. Per questo partecipavo convinto al GBE (Gruppo Biblioteche ecclesiastiche) che riuniva tutte le biblioteche pontificie e anche all’ABEI (Associazione Bibliotecari Ecclesiastici Italiani) che facevano un congresso annuale. C’era sempre da imparare. Inoltre vedevo di partecipare ogni anno anche all’ABI (Associazione Bibliotecari Italiani). Una volta partecipai anche ad un congresso delle biblioteche teologiche tedesche (AKThAB). In seguito non mancai mai agli incontri degli utenti di Aleph. Penso che in quegli anni le persone intelligenti si siano accorte dei cambiamenti in meglio avvenuti in biblioteca.

Automazione della biblioteca

Progetto di automazione della biblioteca

Nel progetto della nuova biblioteca, che non poteva partire subito per le difficoltà burocratiche e finanziarie, suggerii di puntare sulla automazione: la nuova biblioteca, se guardava al futuro, non poteva prescindere dall’automazione: questo sarebbe stato il suo valore e la sua caratteristica specifica.

Ed ecco allora il progetto di automazione che si mette in moto. Da Taiwan, invitato dal Rettore, viene un coadiutore salesiano cinese (Henry Hung) ingegnere, esperto in architettura informatica, che esamina la situazione all’UPS e dà i suoi consigli per la realizzazione di una rete informatica all’interno dell’università. I tempi però non erano ancora maturi: ognuno faceva per sé e non si voleva saperne di reti. Ma noi guardavamo avanti, e con l’intento di realizzare l’automazione della nostra biblioteca si cercava di coinvolgere anche le altre biblioteche pontificie.

Prefetto della Biblioteca

Prefetto della Biblioteca

Rinnovata la convenzione con l’ispettoria piemontese, venni nominato dal Gran Cancelliere don Egidio Viganò, prefetto della Biblioteca, assumendo il ruolo di uno degli ufficiali maggiori della università. Avevo così anche il diritto-dovere di partecipare al Senato accademico. Il mio impegno non diminuì, anzi aumentò a dismisura. Seguivo lo sviluppo della biblioteca e soprattutto diedi un nuovo impulso e sviluppai nuove idee per la conduzione, il funzionamento e la gestione generale e particolare. Avviata l’automazione, si trattava di inserire le schede catalografiche nel computer e questo con la massima urgenza anche per valorizzare gli investimenti fatti. Si apriva una nuova era anche per la nostra biblioteca. Poco alla volta si doveva passare dalla gestione cartacea a quella informatica. Sarebbe stato un lavoro immane, che però avrebbe dato un timbro di qualità alla biblioteca. Quanto tempo sarebbe occorso per questa trasformazione? Feci dei calcoli e puntai soprattutto sulla qualità e sul numero dei collaboratori.

Riorganizzai il personale, inserendo nuovi elementi che seguivo personalmente. Soprattutto per la catalogazione, scelsi persone diplomate alla scuola di biblioteconomia. Studiai a lungo il modo di procedere nell’applicazione della automazione. Organizzai la catalogazione in modo più utile ed efficiente dando la precedenza ai libri più usati e poi ai vari settori in modo sistematico. Feci valere il principio: non si muove libro che non venga schedato. Si dava così precedenza ai libri effettivamente adoperati. Così i libri dati in prestito venivano schedati in maniera essenziale prima di essere consegnati e poi la schedatura veniva completata alla restituzione del libro. Se si dovevano fare spostamenti di qualsiasi genere, si approfittava di schedare i relativi libri. Studiai un sistema che risparmiasse fatica e tempo, raccogliendo per la schedatura libri simili, collane e traduzioni in varie lingue dello stesso libro, copie in edizioni diverse. Per questo accanto ai catalogatori avevo affiancato altre persone che preparavano il lavoro. Tutto il sistema era basato sul principio della razionalizzazione, della efficienza e del servizio. Questi erano i miei principi fondamentali ai quali tenevo in modo particolare.

Coinvolgimento del personale

Diploma di Grande capo per il mio 50°

Tutto questo fervore di novità provocato dall’introduzione dell’automazione, metteva in fermento e fibrillazione anche il personale, per cui il lavoro diventava interessante e animato. Tenevo aggiornate le persone con periodiche riunioni in modo che si sentissero protagoniste di questo rinnovamento. In occasione del mio 50° compleanno mi conferirono il “diploma di grande capo” del quale mi sentii orgoglioso e riconoscente.

Procurai di riorganizzare anche la Sala di Lettura come settore di consultazione diretta. C’era circa un migliaio di libri suddivisi in ordine numerico ma ormai chiuso per varie tematiche. Riclassificai tutto creando un sistema aperto che riproduceva tutti i settori già presenti in magazzino, e arricchii la presenza dei libri acquistando importanti opere di consultazione generale.

Nei depositi creai il settore linguistico nel quale trasferii tutti i libri (manuali, grammatiche, dizionari linguistici) che si riferivano alle lingue, straniere o meno, prelevandoli dai settori di letteratura (italiana, straniera, classica). Altro settore nuovo fu quello delle enciclopedie obsolete, sempre utili per ricerche storiche.

Curai pure il fondo delle cinquecentine e dei libri antichi, provvedendo all’allestimento di scaffali compatti mobili che recuperavano 2/3 dello spazio. Riorganizzai la presenza delle collane nei settori specifici se tematiche e nel relativo settore (33) se miste.

Catalogare nel computer

Il lavoro di immissione dei dati nel computer

Il lavoro di catalogazione, così come l’avevo organizzato, procedeva alacremente e sempre più libri entravano nel computer. Il conteggio degli items fatto automaticamente dal programma di automazione segnava il nostro progresso a comune soddisfazione. Le registrazioni dei libri nel computer erano iniziate nel settembre 1988 con il programma Techlib. Quando, nel marzo 1990, siamo passati al nuovo programma Aleph, abbiamo potuto riconvertire 12.041 record dal programma precedente. Dall’aprile 1991 si è potuto usufruire di un numero maggiore di catalogatori. Nel 1992 potevamo segnalare un aumento di 43.000 volumi e l’11 maggio 1993 il personale della biblioteca poteva festeggiare con grande soddisfazione il raggiungimento di 100.000 record.

Le nuove immissioni riguardavano anzitutto i nuovi acquisti, che entravano per la prima volta in Biblioteca, ma una buona parte si riferiva anche al pregresso, a libri già catalogati dai nostri predecessori nella biblioteca centrale e nei seminari e presenti con le relative schedine nel grande schedario alfabetico a dizionario della biblioteca. Quando tutti i libri del pregresso fossero stati inseriti nel computer, lo schedario sarebbe stato superato dal data base elettronico. Intanto sorgevano due problemi:
1) la sospensione della stampa delle schede e l’alimentazione dello schedario cartaceo. A questo lavoro avevo dedicato i miei primi tre anni di lavoro in biblioteca, impiegando molta fatica e tempo. Sapevo quali limiti avesse lo schedario cartaceo e quanto lavoro richiedesse l’inserimento di oltre 10000 schede al mese. Il sistema automatizzato moltiplicava per 20 le possibilità di ricerca fornite dallo schedario cartaceo, per cui resistevo con profonda conoscenza di causa e convinzione all’insistenza di alcuni docenti per la sua continuazione.
2) La sospensione progressiva dello schedario cartaceo faceva parte della razionalizzazione della gestione della biblioteca. Arrivai al congelamento dello schedario cartaceo che poco alla volta veniva assorbito e sostituito da quello elettronico. I due sistemi diventavano complementari e dovevano coesistere per lungo tempo, e poi conservato per sempre come archivio storico. Personalmente non avrei però mai permesso la soppressione fisica dello schedario cartaceo, come fece in seguito purtroppo il mio successore. Un lavoro assurdo la eliminazione delle centinaia di migliaia di schede, l’annullamento del lavoro di decine di anni dei nostri predecessori. Per di più non sono riuscito nemmeno a sapere i motivi della eliminazione e i criteri con cui una piccola parte è stata conservata.

Progettai una unificazione o un coordinamento delle biblioteche interne (i cosiddetti seminari). Ne esistevano una quindicina, perlopiù mal amministrate e grande fonte di doppioni. Dovetti lottare contro la resistenza atavica dei professori a mantenere queste bibliotechine che avevano talvolta un carattere personalistico. Per fare il punto della situazione, dopo aver fatto compilare un modulo per avere sottomano la reale situazione, organizzai un incontro con i responsabili delle varie biblioteche di seminario.

Crescita qualitativa e quantitativa

Omaggio di una enciclopedia dalla Ambasciata francese

La Biblioteca è un organismo che cresce e si sviluppa dicono le regole di Ranganathan. Le abitudini dell’UPS erano particolari. L’acquisto libri era affidato alla buona volontà dei docenti i quali non sempre erano attenti a soddisfare questo accrescimenti. Molti libri arrivavano per donazione, ma non sempre erano libri che ci interessavano. Decisi si arricchire la biblioteca di dizionari e opere consistenti nelle varie lingue, usufruendo anche delle offerte delle ambasciate, come per esempio dell’Ambasciata francese presso la Santa sede, alla quale chiesi una enciclopedia. Dai salesiani inglesi chiesi l’omaggio dell’ultima edizione dell’Enciclopedia britannica. Secondo le limitate possibilità economiche della biblioteca acquistai diversi dizionari linguistici.

Informatico ed esperto di Aleph

Informatico ed esperto di Aleph

La fortuna della biblioteca dell’UPS è stata certamente l’abbinamento ad Aleph. Il primo programma scelto fu quello suggerito dalla Digital, Techlib, un programma rigido, mal tradotto e praticamente inaccessibile a noi bibliotecari. Dopo un anno di uso di questo programma, il dott. Rebernik scoprì a Parigi ad un Congresso internazionale di biblioteche (IFLA), il programma israeliano Aleph. Ne parlò con entusiasmo, descrivendolo come il programma che rispondeva a tutte le nostre esigenze e ai criteri che ci eravamo proposti. Unica difficoltà il costo: 60 milioni. Non era assolutamente possibile spendere quella cifra dopo un anno appena dall’inizio dell’automazione. Aleph era nato nelle biblioteche israeliane e aveva fondamentalmente la struttura di rete a vari livelli, interno ed esterno. Sarebbe stato ideale per la rete prevista tra le biblioteche pontificie. Da Israele capirono quale prestigio avrebbe comportato al loro programma, poterlo installare nelle biblioteche delle università pontificie. Decisero che valeva la pena “regalarlo” alle due biblioteche che avevano avviato l’automazione: UPS, S. Croce, estendendolo anche al Collegio Teutonico (nostra dipendenza).

Simbolo di Aleph

Nel novembre 1989 in Vaticano entravano contemporaneamente i russi e gli israeliani. Mentre nel braccio di Carlo Magno un TIR russo scaricava icone per una esposizione, a poca distanza, nella biblioteca del Collegio del Campo Santo Teutonico la signora israeliana Barbara Rad El teneva la dimostrazione di Aleph. Due mesi dopo, Aleph veniva installato anche all’UPS e ai primi di gennaio la signora Rad El faceva un corso di addestramento ai nostri bibliotecari. Verso marzo la ditta Atlantis ci aiutava a trasferire i dati finora registrati nel programma TechLib in Aleph. L’UPS fu la seconda biblioteca in Italia a installare Aleph, preceduta soltanto da un mese dalla “Normale” di Pisa. L’UPS divenne un centro di riferimento, di dimostrazione e di osservazione. In poco meno di 4 anni feci ben 80 presentazioni di Aleph ad altrettante biblioteche ed esperti dall’Italia e dall’estero.

Nel programma di organizzazione informatica, il Rettore aveva scovato in India Vincent Vaz, un salesiano docente di matematica ed esperto di computer. Questi, arrivato all’UPS, non si rivelò quale era la sua fama, ma per quasi un anno non fece che frequentare dei corsi presso la Digital e alla fine dell’anno chiese di andare negli USA per alcuni mesi. L’unica cosa che faceva era il backup dei dati ogni giorno. Per questo pretendeva che i bibliotecari chiudessero il lavoro alle 6,30, mentre invece il loro orario prevedeva la chiusura alle 19. Per questo entrò in conflitto con me, così mi assunsi io stesso il compito di fare quotidianamente il backup dopo cena.

Durante l’assenza del system manager potei aver l’accesso ai manuali del sistema e durante l’estate riuscii a risolvere diversi problemi. Al ritorno dagli USA del system manager pretesi da lui la soluzione di alcuni problemi informatici e quando egli trovò la scusa che aveva da fare scuola all’ISCOS, feci intervenire il rettore e la cosa finì così che egli fu esonerato dal compito di system manager e dopo un anno fu rimandato in India. Io mi dovetti sobbarcare anche tutte le questioni tecniche di gestione del computer, della rete e del programma applicativo Aleph che conoscevo a fondo e cercavo di sfruttare al massimo, estendendo poco alla volta l’applicazione ai vari settori: acquisizioni, catalogazione, prestito, gestione riviste, statistiche, gestione delle sotto-biblioteche e dei doppioni, ricerca e stampa di bibliografie, report, ecc. Avevo infatti in mano un sistema efficiente e io cercavo di sfruttarlo in tutte le sue possibilità.

In tutti quegli anni non riuscii comunque ad applicarlo del tutto, in quanto dovevo affrontare le remore da parte del rettore e dei professori e quando non fui più prefetto ebbi le mani legate. C’erano ancora tante possibilità da sfruttare come ad esempio le banche dati in CD-Rom da mettere in rete, il recupero di testo e immagine da abbinare alle schede (previsioni del futuro progetto di digitalizzazione), lo spoglio delle riviste, anzi la gestione stessa delle riviste che mi sfuggiva sempre di mano in quanto don N. non volle mai imparare ad usare Aleph e preferì gestire i periodici per conto proprio in modo non integrato servendosi di un PC. Non riuscii nemmeno a sviluppare la rete nell’università come avrei voluto: non tutte le facoltà e gli istituti vollero aderire. Estesi comunque una linea di collegamento fornendo l’accesso al catalogo e ad internet utilizzando le linee telefoniche interne e montando una decina di modem.

Inaugurazione della rete URBE

La storica giornata dell’inaugurazione della rete URBE presso l’UPS …
Presentazione del programma Aleph ai nostri benefattori di Benevolentia: Dr. Voss e Dr. Merkx. In mezzo i Rettori Giannatelli e Bertone. –  Il relatore, d. Tabarelli, direttore della rete URBE.  –  Al tavolo la dott.ssa Bergami, il dr. ‎Wieers, il Rettor magnifico D. Farina (in seguito Cardinale e Bibliotecario di S.R. ‎Chiesa).

Con una certa soddisfazione e solennità organizzammo nel maggio 1994 l’inaugurazione della rete con manifestazioni ufficiali presso l’UPS e la Università gregoriana. Per questa occasione pubblicammo un volume illustrato che ci costò ben 41 milioni di lire. Le spese erano quasi tutte coperte, parte con inserzioni pubblicitarie di vari sponsor, parte con l’acquisto dei volumi promesse dai rettori (che poi però non furono di parola).

Inaugurazione ufficiale di URBE presso la università Gregoriana: Dr. Rebernik, d. Tabarelli, il Rettore P. Pittau e Azriel Morag direttore generale di Aleph.‎

Non era facile tirare la carretta di URBE. Le forze centrifughe erano sempre all’erta per il desiderio di protagonismo di alcuni e per la non convinta volontà di lavorare insieme. Capii la difficoltà dell’unità e del mettere in comune le proprie risorse. Ci sarebbe stato da guadagnare per tutti se avessero capito l’importanza della collaborazione e della condivisione. Invece la chiusura di alcune istituzioni arrivava a rifiutare l’apertura reciproca. Le cause io le riportavo al fatto che non tutti i bibliotecari erano degli esperti, ma solo dei professori incaricati, perlopiù saccenti e pieni di pretese e di remore. Gli economi, che mi convocarono alcune volte nelle loro riunioni, volevano sapere quali erano i vantaggi della rete. I Rettori, consapevoli del loro potere, avevano paura di perdere la loro autorità di fronte alla competenza di alcuni. Io credevo fermamente al nostro progetto, anche quando, per contrasti personali, perdemmo la presenza del dottor Rebernik. La morte di padre Miguel Otero (dell’Antonianum) e la nomina ad abate di p. Benno Malfer (Anselmianum), mi lasciarono solo a combattere e a cercare di far entrare nella mentalità e nello spirito di URBE i nuovi bibliotecari che venivano cambiati come le ruote. Si accentuavano sempre più le difficoltà che non i vantaggi. Avevamo messo insieme uno statuto e ora si trattava anche di creare un regolamento. Quando me ne andai, cercai di lanciare un appello alla collaborazione e alla comunicazione reciproca che vedevo sempre più diminuire. Il mio successore a direttore della rete non aveva la conoscenza, lo spirito e l’energia necessaria per dare un po’ di entusiasmo, per cui venni a sapere del diminuire della collaborazione e dei collegamenti di rete. Il progetto completo di Urbe prevedeva un progressivo allargamento ai collegi e poi alle biblioteche ecclesiastiche e civili di Roma, d’Italia e del mondo, ma purtroppo non venne mai realizzato.

Molti altri progetti preventivati non vennero mai realizzati, tra cui, gravissimo, il catalogo unico sul quale si discusse a lungo. Ci furono delle interessanti e utili collaborazioni soprattutto nel campo della formazione del personale, corsi e conferenze su argomenti di comune interesse, ma, secondo me è venuta a mancare sempre più la collaborazione effettiva che avrebbe potuto portare a dei risultati di eccellenza. In seguito seppi dei festeggiamenti per il 20° anniversario della fondazione e anche nel 25°, ma gli obiettivi diventarono sempre più teorici.

E’ mancata la convinzione e il coraggio di andare avanti, perdendo magnifiche occasioni per realizzare progetti di futuro. In ambito ecclesiale si fanno tante parole, troppe e manca la volontà trascinatrice che realizza. L’ABEI alla cui testa avremmo voluto proporci, ha proseguito per la sua strada creando un proprio polo in SBN.

URBE e le Biblioteche pontificie

Dal GBE a URBE

Già negli anni ’70 le biblioteche delle università e facoltà pontificie avevano proposto di radunarsi di tanto in tanto per studiare una qualche collaborazione e per risolvere insieme i problemi comuni. Il gruppo era sorto all’inizio degli anni ’70, ma poi aveva finito per dissolversi perché non trovavano argomenti comuni da discutere. Risorto comunque al termine di quel decennio, si era dato il nome di GBE (Gruppo Biblioteche Ecclesiastiche pontificie). Forte della mia esperienza editoriale gestii anche la pubblicazione di un fascicolo che presentava le varie biblioteche.

Assieme al dottor Rebernik nel 1987 avevamo ripreso i contatti con le biblioteche ecclesiastiche e pontificie, trovando attorno al problema dell’automatizzazione anche un interesse comune. All’interno di questo gruppo si erano formate alcune commissioni per studiare i problemi emergenti: una si sarebbe occupata delle “piccole” biblioteche mentre un’altra doveva studiare un’esigenza che si sentiva sempre più forte, quella di introdurre nelle biblioteche l’uso del computer. I tempi sembravano maturi e anche le biblioteche pontificie non potevano tramandare questo problema. Io facevo parte di questa commissione e spingevo perché si studiasse e si risolvesse concretamente la questione dell’introduzione dell’informatica nelle biblioteche [1].

Vista però la grande remora che molte biblioteche mettevano al progresso della tecnica, decidemmo di creare un altro raggruppamento, lasciando tutte le biblioteche pontificie nel GBE e fondando URBE per le biblioteche automatizzate o che intendevano automatizzarsi. Nella prima associazione era presidente Rebernik e io fungevo da vicepresidente, mentre in URBE ero io direttore e il dottor Rebernik segretario.

Ritornando all’UPS, con il dottor Ivan Rebernik, mio insegnante di biblioteconomia, studiammo i criteri per la gestione informatica e per la scelta di un programma adatto. Ci furono molte consultazioni, visite a biblioteche, contatti con esperti della Telecom, delle ditte di computer (HP, IBM, Digital). Prevalse nella scelta quest’ultima per la sua specializzazione nelle reti. Una conferenza allargata anche a diversi ordini religiosi, tenuta presso la Digital, mise le basi per lo studio tecnico della realizzazione della rete. Non si voleva solo l’automazione della nostra biblioteca, ma si prevedeva un coinvolgimento in rete di diverse biblioteche. I lavori preparatori durarono almeno due anni. Poi, l’UPS nel 1989 poteva inaugurare la prima rete informatica con il computer (Vax 8250) con 16 terminali.

In URBE si cercava di camminare, aiutandosi l’un l’altro. Alle prime tre biblioteche che avevano installato il sistema informatico se ne aggiunsero presto altre due: l’Antonianum e l’Anselmianum. Grandi ostacoli, principalmente economici, impedivano alle altre biblioteche di aderire. Ci mettemmo per questo in contatto con la fondazione olandese Benevolentia, la quale trovò la nostra richiesta interessante: diede la sua consulenza concreta attraverso la presenza del dott. Wieërs (ex direttore della Università cattolica di Tilburg) ed esigette un impegno concreto dai singoli Rettori. Infine ci diedero il finanziamento richiesto di un miliardo e seicento milioni. Con questi soldi venivano aggiornate le attrezzature di 5 biblioteche e finanziato l’acquisto di computer e del programma Aleph ad altre 6 biblioteche. Arrivammo così ad essere oltre una decina le biblioteche automatizzate e in seguito esse salirono a 14. Per i collegamenti, dopo varie ricerche e proposte, si scelse la modalità del collegamento diretto con linee dedicate gestite dalla SIP.

 

Dimissioni e partenza da Roma

Dimissioni da prefetto e partenza da Roma

Aleph e Urbe scrissero delle pagine di storia gloriosa durante la mia permanenza a Roma e io in qualità di protagonista mi sentivo attivamente partecipe di tutti e due i progetti che oltretutto onoravano la nostra biblioteca portandola in primo piano tra le biblioteche pontificie per la sua intraprendenza e la sua esemplarità. Ma i tarli della gelosia e della invidia o qualche altro fattore stavano erodendo le radici della rigogliosa pianta e veniva deciso di interromperne la crescita. Nonostante continuassi a fare il mio dovere con dedizione, convinzione ed entusiasmo, mi accorsi della progressiva freddezza del Rettore succeduto a don Giannatelli. Mi venivano fatte delle richieste assurde, come la stampa delle schede, diventata ormai un lavoro inutile, visto che la scheda bibliografica nel computer offriva informazioni 20 volte maggiori della scheda cartacea. Mi venivano negate delle attrezzature tecniche come il lettore multiplo di CD-Rom mediante il quale intendevo estendere notevolmente il campo delle ricerche offrendo varie bibliografie nazionali. Avevo partecipato a Milano ad un Corso specializzato di aggiornamento professionale “Il recupero dell’informazione e le nuove tecnologie” Basi di dati e CD-Rom, Milano, 16-17-18 maggio 1989, organizzato dalla Editrice Bibliografica. Qualche anno dopo un altro convegno La rete CD-ROM in biblioteca: dalla teoria alla pratica. Roma 3 novembre 1993 organizzato dalla DEA e dall’AIB, mi convinceva che come biblioteca dovevamo fare un passo avanti. Mi sembrava ovvio che la nostra biblioteca non volesse restare indietro di fronte al progresso. Ma mi illudevo.

Il primo shock fu l’esclusione repentina fatta in maniera disumana alla vigilia di Natale, di tutti i collaboratori avventizi che portavano avanti l’importante lavoro di catalogazione e di inserimento nel computer. Il motivo era la pretesa di un collaboratore che voleva essere assunto a tutti i costi minacciando di rivolgersi ai sindacati per sostenere le su ragioni. Nessuno dei suoi 22 colleghi si unì alla sua richiesta, ma la minaccia fece scattare la paura provocando la decisione di allontanare tutti in una maniera poco umana e cristiana. Riuniti tutti i collaboratori per gli auguri alla vigilia di Natale, dovetti dare l’annuncio “Dopo le vacanze di Natale nessuno doveva più presentarsi”. Incomprensioni e accuse ingiuste avevano creato attorno a me diffidenza e ostilità. Fino ad oggi non sono riuscito a sapere i veri motivi di queste tragiche decisioni. Mancava la comunicazione e il rettore si rifiutava di darmi udienza e di accettare un dialogo aperto con i nostri collaboratori. Fece imporre da un consulente esterno la creazione di una cooperativa che raccolse meno di un terzo dei lavoratori precedenti. L’impostazione della cooperativa risultò molto più costosa e meno efficiente.

Atro colpo avvenne alla ripresa del lavoro dopo l’estate del 1995. Rientrato dalle ferie trovai un ordine impartito dal rettore che mi imponeva l’esclusione degli studenti esterni, limitandone la presenza fino ad un massimo di 12![1] Un ordine senza preavviso, senza chiarimenti, senza essere stato motivato o concordato. Tergiversai pensando di ottenere assieme ai collaboratori salesiani un incontro con il rettore. Non accettai questa strana imposizione anche perché in biblioteca ero io il responsabile e la mia idea era di massima apertura. La biblioteca veniva infatti frequentata solamente dal 2% dei nostri studenti. Aspettavo di poter discutere la cosa con il consiglio della biblioteca, quando un ordine dell’economo trasmesso direttamente alle impiegate, mi scavalcava di brutto. Decisi allora di dare le dimissioni da prefetto, almeno per protesta. Avrei poi fatto con calma una lettera al gran Cancelliere che sapevo in quel momento all’estero. Al rettore non parve vero avere in mano con facilità l’occasione di eliminarmi. Diversamente forse non avrebbe avuto il coraggio. Provvide con sollecitudine a rendere effettive le mie dimissioni, non accettò alcun colloquio, né da lui potei avere alcuna spiegazione della frase che mi fu riferita: “sono stufo di sentire tante lamentele su di te”, cosa che a me risultava del tutto nuova. Alla chetichella, dopo quasi due mesi venne nominato come mio successore don Picca, professore di sacra Scrittura, venne lui stesso a comunicarmi la sua nomina. Egli era un uomo docile e tuttofare, che pretendeva di sapere tutto e mi disse anche di non avere bisogno di consegne (!). Coscienziosamente avevo messo insieme un dossier di oltre cento pagine nel quale esponevo al dettaglio il progetto seguito nei vari settori, quanto era stato fatto e ciò che restava da fare per completare l’opera. Questo dossier restava come importante documento sulla situazione della biblioteca di quegli anni e mi servì egregiamente per compilare la storia dei trent’anni della biblioteca dell’UPS.

D’ora in avanti il mio compito era limitato alla gestione del computer. Ma il programma Aleph non potevo più continuare ad applicarlo e a svilupparlo. Vidi così poco alla volta limitarmi il raggio di azione e con esso scemare anche il mio entusiasmo. La mia competenza non veniva minimamente presa in considerazione; non potevo più coordinare e dare direttive. Si veniva creando così una situazione grottesca, per cui poco alla volta maturò in me il desidero di cambiare aria. Avevo sentito dell’inizio dell’opera salesiana in Russia e mi ero meravigliato che nessuno mi facesse la proposta, pur essendo noto il mio interesse per la lingua russa.

Nel marzo del 1996 feci direttamente la mia offerta al neoeletto Rettor Maggiore don Vecchi, il quale in una pausa del Capitolo Generale mi convocò per sentire le mie motivazioni. Venni a sapere che ormai per me erano già chiuse tutte le porte dell’UPS: senza circonlocuzioni mi disse: “il tuo compito all’UPS è finito”! Feci presente la situazione e le mie implicanze in tanti progetti legati allo sviluppo di URBE. Non gliene importava nulla. L’unica cosa che gli interessava era allontanarmi dall’UPS. Qualcuno aveva soffiato interessato sul fuoco. A maggio ricevetti la lettera di “obbedienza” del Rettor Maggiore per recarmi temporaneamente in Russia. Iniziai così a fare accertamenti ed esami clinici per vedere se tutto fosse a posto. Scopersero che avevo fatto diverse epatiti. Chiesi di poter fare degli accertamenti, ecografie, visite specialistiche che mi sconsigliavano di recarmi in Russia. Avevo comunque già combinato e partii ugualmente per due mesi, in quanto a settembre avrei dovuto fare una bioscopia.

[1] Strana decisione che si trova in contrasto con l’impegno di aprire la biblioteca al territorio per avere il permesso della nuova costruzione. Inoltre nel “Progetto istituzionale e strategico 2016-2021” a pag. 38 si afferma decisamente: “ampia apertura della biblioteca, anche a livelli di territorio”. Ma allora noi 25 anni prima, avevamo visto giusto?!

Vita clandestina

Passai luglio e agosto del 1996 a Gatčina e il 7 settembre ritornai a Roma. Fui guardato con sospetto, freddezza e ostilità. Senza mezzi termini, con la delicatezza tipica di un elefante, il superiore don Schwarz mi disse testualmente: “don Farina e don Picca hanno paura che tu ti rimetta a lavorare in biblioteca”. Che dovevo fare? Quella era la mia casa, qui ero incardinato e qui avevo deciso di stare durante la terapia di interferone che fu decisa dopo la bioscopia, eseguita con alcuni giorni di ricovero all’ospedale san Giovanni.

Vissi così dei mesi da indesiderato, quasi clandestino. Ero stato cancellato dalle liste dei confratelli delle comunità, mi avevano tolto ogni possibilità di lavoro, mi facevano capire che avrei dovuto andare altrove. “Ma perché non vai in Russia a fare questa cura?” Già, mi ero informato, ogni iniezione costava 50.000£ e in Russia questo costo corrispondeva allo stipendio mensile di una persona. Ero mortificato e cercavo di vivere nascostamente, senza dare fastidio o nell’occhio a nessuno. Uscivo più che potevo, a visitare Roma, soprattutto il sabato e la domenica, con la compagnia più amabile e devota che avessi mai potuto trovare. Ma lavoravo anche, di nascosto, non nella biblioteca dell’UPS, ma nell’indice centrale di Urbe, al quale mi collegavo stando in un altro ufficio usando la workstation che avevamo recuperato dal dr. Rebernik. Continuavo in modo anonimo a importare i record dalle varie biblioteche, dando comunicazioni anonime. Ripulii migliaia di intestazioni uniformandole nell’indice centrale. Mi offrii volontariamente ad aiutare l’istituto teologico don Orione che sapevo aver installato Aleph e non si decidevano a collegarsi in rete con gli altri membri di Urbe. Feci un progetto di ristrutturazione della biblioteca, diedi indicazioni per una nuova classificazione dei loro libri e iniziai la loro catalogazione, importando le schede dalla biblioteca dell’UPS e da altre biblioteche. Volevo dimostrare come in poco tempo, anche una persona sola, sfruttando le possibilità della rete e le risorse del lavorare insieme, poteva arrivare facilmente alla meta. In meno di due mesi importai oltre 8.000 titoli dei circa 13 mila che essi possedevano.

Nello stesso tempo mi ero impegnato ad aiutare Igor Laszuk studente bielorusso, della mia futura ispettoria, a terminare la tesi di licenza. Egli era già stato nominato parroco a Minsk. Mi impegnai con lui a completare la stesura della tesi, costringendolo a lavorare in modo schematico e sistematico. Per febbraio potevamo consegnare il testo definitivo. A gennaio avevo sospeso la cura di interferone perché le transaminasi erano salite troppo. Il mio stato di salute non era chiaro. Da una parte mi frenava e non mi lasciava partire, dall’altra mi si faceva pressione perché io me ne andassi. Mi chiesero anche di cambiare camera, dovendo dare la mia camera ad uno che sarebbe arrivato a maggio. Era il colmo: dissi che per protesta avrei piazzato la mia tenda scout in cortile e sarei andato a dormire lì. Mi sentivo veramente rifiutato e d’ingombro e non si facevano scrupolo di farmelo sapere. Decisi di chiarire la questione prima con il dottore da cui mi feci dare la descrizione del mio stato di salute, poi con il Rettor maggiore al quale feci recapitare il certificato medico. Mi rispose che anche se non potevo andare in Russia, avrei potuto ancora rendermi utile (come se fossi già moribondo!), ma non all’UPS. Mi disse che c’erano tre possibilità: restare a Roma cambiando di casa; tornare alla mia ispettoria di origine; cambiare ispettoria. Lasciai a lui la decisione. Egli disse che avrebbe fatto alcune telefonate e in serata mi fece avere la risposta: l’ispettore della veneta Est era disposto a ricevermi. “Bene, mi dissi, adesso voglio vedere quanto tempo passa prima che qualcuno si faccia vivo”. Di tempo ne passò ancora molto, sicché decisi di telefonare io stesso per sollecitare una presa di contatto. Don Roberto Dissegna mi disse che avrei potuto andare a Venezia S. Giorgio. La città era interessante dal punto di vista culturale ed artistico!

Non persi tempo. Terminati i miei impegni con Igor, affidata la continuazione nella gestione delle importazioni dei record nel computer centrale a una bibliotecaria di fiducia, calcolai i tempi necessari e fissai le modalità e le date della partenza. Facevo conto di poter usufruire del furgone di Igor che eravamo andati in Germania a prendere da un benefattore, ma lui decise di partire prima del previsto. Avevo preparato con cura un dossier sulla biblioteca. Feci lo spoglio della mia roba, lasciando molto materiale (tutta la biblioteca scout) all’UPS. Riordinai l’ufficio e preparai gli effetti che avevo in camera in bauli e scatoloni, prevedendo la possibilità di inviarli a varie destinazioni. Lasciai fuori solamente due valigie da portare con me a Venezia. Prenotai, a spese mie il furgone dell’UPS, e il 20 aprile 1997 accompagnato da T.M. mi misi in viaggio verso il Nord, portando le mie cose a Coredo da mia sorella Rita che si era offerta a darmi ospitalità. Tornato a Roma, ripartii il giorno 24 aprile per Venezia. Semplicemente scomparvi, senza salutare nessuno, lasciando però 120 lettere, molte anche personalizzate, una per ciascun dei miei ormai ex confratelli. Di questi solamente quattro si degnarono di farmi avere in seguito un biglietto di risposta. Non mi illudevo, ma così scuotevo la polvere dalle mie scarpe. Questo fu la dimostrazione dell’indifferenza che regna nelle comunità religiose e la conferma pratica di quell’amore fraterno di cui si sentiva tanto parlare e che mi dimostravano concretamente coloro che erano i miei “confratelli”. Per loro avevo lavorato intensamente nel nascondimento, consumando la mia vita per oltre 10 anni. Noi non siamo nessuno.